Malattia

Una certa luce sulla psicoterapia residenziale

Paola Destefani
3 Febbraio 2014
2 commenti
Una certa luce sulla psicoterapia residenziale

Una certa luce sulla psicoterapia residenziale

La proposta terapeutica di Villa Caterina

di Paola Destefani

Due anni fa è iniziata la vita della comunità terapeutica Villa Caterina, una struttura sulle alture di Pra, l’estremo ponente della città di Genova, dove certo il vento non manca.
La  tensione  dell’inizio , la nascita di una nuova  struttura, attesa ,voluta ma  sconosciuta al tempo stesso, si respirava tra i muri, entrava ed usciva dalle stanze troppo vuote e poi piene ,attraversava senza pudore la luce delle molte vetrate. Questa tensione era naturalmente dentro tutti coloro che abitavano  la casa, curanti e ospiti, ed era presente anche dentro gli osservatori, gli interlocutori esterni e interni, i famigliari, i  servizi territoriali,  il contesto sociale, i ”vicini di casa”.

Si tratta (nel progetto del suo/suoi ideatori) di mettere insieme l’esperienza di anni dedicati al trattamento della sofferenza psichica  in un luogo, ardito per la sua modernità, ma certamente solido nella propria memoria che non consente ingenuità culturali.
E’ una comunità terapeutica, certamente, come molte altre ne conosciamo, ma nasce dedicata ad una persona che ha passato la sua vita nell’adoperarsi per le comunità del gruppo Redancia e che per questo e molto altro la si vuole ricordare. rinnovarne la presenza. Credo che ogni esperienza diventi condivisibile con altri, molti altri, quando la nostra memoria riesce a continuamente proporla ad un nuovo interlocutore, anche inatteso. Per questo  se è vero che è la memoria di ciò che già abbiamo compreso che può guidarci verso il nuovo, è pur vero che solo la nostra capacità di rimaneggiare la nostra esperienza può aiutarci a non rimanere indietro di fronte ai  nuovi   linguaggi con  cui si esprime l’essere umano ,la sofferenza psichica e la sua domanda di cura.
Così nel prendere in mano la direzione di questa casa  fatta di legno, pietra e vetro(così appare  a chi vi si avvicina) mi è parso fin da subito si trattasse della consueta fatica  e  impegno quotidiano  per  creare  “l’essere comunità” ma con la percezione di una richiesta implicita di rinnovamento, per i nuovi “materiali” usati, forse, ma non solo, per le nuove utenze, per le nuove necessità del contesto cittadino, dalla forte connotazione sociale, per le domande che i nuovi ospiti assai probabilmente avrebbero posto, per i nuovi tempi di cura ,per la consapevolezza di  volersi proporre con una identità definita, non  confondibile.

Ricordo  che la scelta di dedicarmi alla patologia mentale in comunità terapeutica si era mossa dentro di me ,almeno all’inizio ,come desiderio di “vedere “ percorsi ,di crescita ,di cura, sviluppi, insomma era insieme un bisogno(mio) ed un offerta(mia)  di tempo, di fedeltà, di impegno,  coerenza, evoluzione. E’ chiaro che nella mia testa , e nella mia formazione ovviamente, c’era l’idea della psicoanalisi, e quindi dei tempi del suo esprimersi, quel particolare paradosso dell’atemporalità di un inconscio(che soffre) che ha bisogno di  essere ritrovato  in un tempo, che  è quello della relazione (che cura).
Così la comunità ,con i suoi tempi, non convulsi, la residenzialità, lo stare insieme, lo scandire di una quotidianità che offre ritmi e pause, è stato il luogo dove tutto ciò che avevo raccolto nella mia formazione e tutte le domande che avevo ancora voglia di pormi  trovava spazio.
D’altra parte mi pareva che questo spazio fosse quello che i nostri malati chiedevano: un ambiente sufficientemente stabile e  vivo che dedicasse loro del tempo, per fermarsi, per ripartire, per mettere ordine, per rimettere insieme pezzi, per ritrovare pensieri, insomma per tutte quelle cose che tutti noi sappiamo si fanno in comunità.
Così, io e molti colleghi abbiamo fatto, continuiamo a fare ,nelle comunità.

Nel tempo di oggi  questa scelta trova elementi che sento di poter esprimere con maggiore complessità nel lavoro di Villa Caterina, mio e della mia equipe, nel gruppo degli ospiti che condividono questo percorso,  nei loro famigliari, nella realtà attuale dei servizi territoriali, nella tensione non evitabile di pretendere spazio di operatività e ascolto, per la cura della malattia mentale.

Ero rimasta molto colpita, tanto tempo fa, dalla lettura di un bellissimo testo di un noto psicoanalista ,ma anche pediatra ,inglese (acc…! sempre più avanti certa europa…….)che ho recentemente ripreso tra le mani: “Il bambino deprivato” è il titolo del testo, e Winnicott è il suo autore. Bene,in quel testo , che si occupa  con la consueta originalità e intelligenza dell’autore ,delle origini della tendenza antisociale, c’è un bell’articolo che titola “Comunità per bambini difficili”. In questo articolo è raccontata l’esperienza di un progetto realizzato in una contea dell’Inghilterra  durante la guerra ,allo scopo di affrontare le varie problematiche poste dai bambini evacuati  da Londra a e da altre città. Winnicott e l’assistente sociale interna(curatrice del testo)” formarono un’equipe il cui intento era quello di verificare che le risorse disponibili fossero realmente utilizzate  per risolvere i problemi che si presentavano”. Clare Winnicott, che condivise il progetto ,ad un certo punto così scrive: “uno di noi( D. Winnicott) che come pediatra e come psichiatra per i bambini aveva lavorato soprattutto a Londra, era in grado di confrontare i problemi specificamente collegati alla situazione di guerra in cui ci trovavamo con i problemi corrispondenti che si presentavano in tempo di pace.” – e più avanti- “lo sfollamento creò problemi specifici ai quali l’emergenza della guerra diede le sue risposte. E’ possibile utilizzare in tempo di pace i risultati di quanto è stato così dolorosamente sperimentato in un periodo di acuta tensione e di consapevolezza di un comune pericolo?”. Ecco, qui Winnicott si riferisce alle acquisizioni  di conoscenze in ambito di tendenze antisociali che si espressero in quella occasione, e che  fornirono un modello ancora oggi  valido di comprensione dei meccanismi psicologici che governano tale tendenza.
E’ sulla suggestione di queste riflessioni che vorrei proporre il mio/nostro pensiero.
L’idea è di  occuparsi dei bisogni e delle mancanze che la sofferenza mentale propone nella sua urgenza, consapevoli di entrare nel territorio di ciò che sta accadendo ora, quale frammentazione, non solo psichica, ma anche sociale, famigliare, e talvolta terapeutica. Quindi entrare dentro  quella storia che la “guerra” psichica ha costretto a sfollare, con l’idea di guardare alle risorse  che comunque porta con sé, nella sua testa ,nella sua famiglia, nel suo tessuto sociale, dentro cure già offerte.
Ma l’idea è anche di non perdere tempo, ora che si è “in pace”, ”in comunità”, nella “comunità per bambini difficili”, quelli che sono stati i nostri pazienti, e che sono ancora nelle loro vite adulte, per fornire loro quella esperienza, la nostra di psichiatri, ma anche psicoterapeuti, direttori di struttura ma anche persone fortemente dentro il progetto etico della cura della sofferenza, di una condizione umana di accoglienza dell’altro  che restituisca significato alle loro storie, ma anche, restituisca un posto nelle loro vite, famigliari, sociali, restituisca il senso della cura.
L’idea è quella  di un percorso che tenga conto della “rottura della speranza “ nell’ambiente, e dell’assunzione di una “preoccupazione responsabile” che tratti la sua ricomparsa.
Credo che oggi, la proposta terapeutica della psicoterapia residenziale  di Villa Caterina, abbia nella mente questa idea di un tempo (dentro i nostri pazienti e dentro i curanti) che corre il rischio di lasciarsi interrompere per l’irruenza di certi conflitti (non solo interni),ma che va decisamente  preteso quale impegno di cura .Il tempo che serve ai nostri pazienti  e  a noi con  loro, per riprendere a pensare, psicoanaliticamente intendo, come per noi è naturale.



2 risposte.

  1. obliqua ha detto:

    penso che “restituire” e non “dimettere” la persona, restituire la persona al mondo, sia la parola importante. Perchè è a lei che restituiamo o ridiamo o troviamo un modo di essere al mondo che lei ritovi, trovi possibile e il mondo con lei. (traduzione volgare: che ritorni in società coperto dalla sua esperienza conoscenza oltre quello che la società vuole ma sufficente perchè non lo seppelisca)
    Ma appunto prima nella comunità in pace e non in guerra c’è il tempo per fare questo viaggio, di permettere questo viaggio, di vedere i bagagli adatti al viaggio del tutto sempre molto “personali” ma che vanno intesi. E il tempo necessario

  2. Stefano Pirrotta ha detto:

    Le parole della collega Paola per me rappresentano lo spirito di un vero servizio pubblico offerto ai nostri pazienti che sofforno della malattia mentale. Credo che il tempo dell’istituzione e quindi della psicoterapia residenziale sia diverso dal tempo del mondo esterno, ci sono conflitti che possono essere maneggiati solo in uno spazio delimitato fatto anche del linguaggio “moderno” dei nostri pazienti. Chiedo uno sforzo alla società o forse un appello, credo che questo articolo ci indichi la via della cooperazione con la società e anche l’utilizzo di caratteristiche flessibile nel curante, di un adattamento all’ambiente utile al servizio degli “altri”.

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