Storie

Soli… si muore

Wyelchka Biffi
5 Giugno 2016
1 commento
Soli… si muore

La notizia dell’omicidio della cinquantacinquesima donna uccisa con rabbia e con violenza assurde passa velocemente su tutti i notiziari e non può che suscitare altrettanta rabbia e angoscia. Uomini apparentemente normali, equilibrati, con un lavoro e una vita sociale improvvisamente si trasformano in assassini spietati. Lei descritta come bella e intraprendente. Lui come il ragazzo innamorato, lasciato, disperato, ma (per chi lo conosceva prima di questa tragedia) “normale”.

Io di “normale” in questi fatti vedo molto poco. Normale è innamorarsi, normale è anche lasciarsi quando l’amore finisce. Normale è che ciascuno, seppur con la propria sofferenza, continui a vivere e a lasciar vivere. Allora non posso che interrogarmi su cosa succeda nella mente di quelle persone che “uccidono per amore”.

Persone si, perché parlare di “uomini fragili” e di ” donne libere” in me risuona una categorizzazione che non sento appartenermi, una differenziazione di genere che, seppur nell’intento di proteggere, richiama nella mia mente inevitabilmente l’etichettare uomini e donne posizionandoli su pIano diversi. Tutti siamo liberi (o almeno dovremmo) tutti siamo fragili.

Pochi (anche se troppi) si spingono oltre il limite delle possibilità, del rispetto risvegliando aspetti che di umano hanno ben poco, ma che ricordano più gli istinti di predomino, possessione che ormai dovrebbero essere superati da tempo. Ma forse è vero, che è difficile per qualcuno accettare che l’altro in una relazione affettiva, possa decidere anche per noi, decidere di lasciare, decidere di vivere altro suscitando il desiderio di riaffermare un ruolo e un potere decisionale, che sembra essere stato portato via, con qualunque mezzo. Allora ecco che gli strumenti che abbiamo, quelli che ci aiutano a fare i conti con gli interrogativi che magari non troveranno risposte soddisfacenti, con i limiti e con le sofferenze, lasciano il posto alla follia intesa come il mondo in cui tutto è possibile.

Il costruire un mondo nel quale tutto parte da se stessi, dalle esigenze personali e dal tentativo di mantenere inalterato uno stato di benessere (apparente e sicuramente non progettuale) porta inevitabilmente a rendere prive di significato le ragioni altrui, seppur viste o sentite, spiegate o raccontate. Ma questo non è vivere. Ancora meno lasciar vivere. In questa condizione nessuno è libero, perche vittima di un amore sbagliato o perché schiavo di sentimenti che non riesce a governare. In questa condizione nessuno detetiene un potere, perché vittima di gesti atroci o vittima delle proprie emozioni ingestite. L’altro sparisce inghiottito in un vortice dal quale è difficile uscire perché troppo spesso difficilmente ci si rende conto di esserne imprigionati o perché anche chiedere aiuto fa paura.

Talvolta si racconta ad amici e famigliari cosa sta accadendo, talvolta normalizzando, perché più facilmente sopportabile. Ma ripeto, di normale non c’è proprio niente. La normalità, a mio avviso, sta nel rispetto dell’altro e la libertà è possibile solo se esiste anche la comprensione e l’accettazione dei limiti.
Troppe sono ad oggi queste tragedie e non posso non interrogarmi su quale possa essere il modo per evitarle, perché appartengono alla storia vicina o lontana ma di tutti noi.

Lavoro ogni giorno a contatto con adolescenti che sperimentano le prime relazioni affettive, il primo innamoramento, le prime gioie ma anche le prime sofferenze e non posso non interrogarmi su quale sia (e quale sarà) il loro modo di affrontarle. Sono spinta a riflettere non solo sulla capacità di “sentirsi” vivi e liberi nonostante le sofferenze ma anche sulla capacità di rispettare l’altro, le scelte dell’altro. Ma anche su come sia possibile proteggere e proteggerci da situazioni che potrebbero potenzialmente essere così pericolose. La prima risorsa a cui penso è il confrontarsi, il raccontarsi sapendo ascoltare e sapendo chiedere e accettare l’aiuto degli altri. Forse questo potrebbe uno strumento. Perché il sentirsi impotenti annienta. E il sentirsi soli nel vivere una relazione pericolosa ancor di più.



Una risposta.

  1. Pisseri ha detto:

    Tutto da condividere; ma parlerei anche di un’altra dimensione, quella del potere cui accenna De Stefani nell’altro intervento sul tema. Non è da moltissimo tempo che questi atti sono considerati criminosi dalla coscienza collettiva. Dà loro una base già la Bibbia, quando ordina di non desiderare (analogamente alla “roba”) la donna d’altri. Achille e Agamennone si scambiano le schiave sessuali come figurine. L’Otello di Shakespeare si autoaccusa solo quando scopre che Desdemona in realtà non lo aveva tradito: prima, convinto della sua infedeltà, riteneva di agire nell’esercizio di un diritto – dovere di maschio il cui desiderio personale di vendetta poggiava anche su un ruolo sociale di garante della morale. In una bella novella di Pirandello, un marito tradito uccide la moglie adultera “a freddo”, senza rabbia, e se la prende con chi svelando pubblicamente la relazione lo ha costretto ad aprire gli occhi e ad agire: “non ha capito che dovevo far l’uomo? Prima la cosa era tacita, ed era come se io non lo sapessi”. Dunque, la legge lo condanna ( ma solo perché ammette di non aver agito d’impulso); però il paese è con lui.
    Credo che questa concezione, se non ha più posto nei piani nobili della nostra cultura, tuttavia sopravviva negli scantinati, ed emerga quando facilitata da dimensioni personali patologiche, forse di tipo narcisistico (la donna vissuta come “oggetto Sé?). Se è così, si può sperare che nel tempo perda mordente, e a ciò può servire tenere viva la consapevolezza del drammatico problema.

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