Commento all'articolo apparso su La Repubblica, il 22 maggio 2019

Dimmi quanto sogni e ti dirò se dormi

La Redazione

 

Il nostro rapporto con i sogni è stato sempre complicato e a fasi alterne: l’interesse per questa attività mentale che ci mette in un diverso rapporto con noi stessi si è confrontato con timori e censure che ci hanno portato a negarlo o isolarlo, quasi escludendolo dalla fondamentale esperienza dell’unità e continuità del Sé.

 

Nella cultura greca il sogno è stato a lungo oggetto di attenzione. Come ricorda Freud, Aristotele supera la concezione “primitiva” del sogno come messaggio divino, e afferma che proviene dalla mente umana: è uno dei modi in cui la mente si esprime.  E’ poi opera di Artemidoro , interprete professionista di sogni  vissuto ad Efeso nel II secolo d.c., il testo “Oneirocritica”, un vero trattato sui sogni, sui significati dei loro contenuti, sulle possibili interpretazioni  che devono tener conto – è l’approccio anche nostro - della persona del sognatore. A Delfi si mettevano in atto interventi che oggi definiremmo psicoterapici basati su una interpretazione dei sogni del paziente capace di  dare accesso alle cause del male.

Il sogno è poi caduto in disgrazia per molto tempo nella cultura occidentale, per una pur improbabile alleanza – certo non voluta ma di fatto - fra la Chiesa cristiana e il subentrato razionalismo trionfante della rivoluzione scientifica. La prima ha sempre diffidato di esperienze in cui le pulsioni emozionali sfuggivano al controllo della volontà, escludevano la responsabilità, rendevano insensate le possibili sanzioni; quindi le ha qualificate come diaboliche, quasi un ritorno alle concezioni arcaiche, criticate da Aristotele, che attribuivano al sogno il senso di messaggio divino o demoniaco. La parola “incubo” (chi giace sopra)  definisce il sognatore come posseduto perfino fisicamente – e con implicazioni erotiche perverse -  da un demonio di cui è “succube”.     Quanto al razionalismo scientifico, ben prima di culminare nel positivismo si è attenuto alla lezione di Cartesio, attenersi alle idee chiare e distinte; e a quella di Francis Bacon, che invita a ritenere vero ciò che è confermabile ripetutamente  in modo controllato. Il rifiuto del sogno è stato parallelo a quello della follia: se questa è stata rinchiusa in istituzioni dedicate, il sogno è stato a lungo trattato come esperienza destituita di ogni possibile senso e fruibilità.  Posizioni necessarie per delimitare un metodo di ricerca e conoscenza che si è rivelato così efficace;  ma  hanno fatto inevitabilmente perdere qualcosa di importante.  Maggiore l’interesse ai sogni nella tradizione ebraica, e ciò forse ha contribuito a motivare le ricerche di Freud, insieme al forte ruolo dell’interpretazione in quella cultura.

La posizione freudiana sul sogno è stata in qualche modo ambivalente: da un lato ci ha restituito quest’area da tanto tempo ignorata, dall’altro nell’indagarla ha pur sempre perseguito  un metodo scientifico ortodosso. Quel vero e proprio trattato che è “L’interpretazione dei sogni” è pressochè contemporaneo al “Progetto per una psicologia scientifica”, tentativo ambizioso quanto  prematuro di gettare un ponte fra psichico e somatico, ambiti che giustamente non ci si rassegna a considerare separati: fra i tanti che se ne sono occupati mi limito a ricordare Gaetano Benedetti e Model. Di fatto, la differenza fra i due ambiti non è né può essere ontologica poiché, salvo improbabili esperienze spiritistiche, nessuno ha credibilmente osservato attività mentali staccate da un supporto somatico. E’ invece evidente il divario epistemologico: l’accesso conoscitivo all’esperienza interna è per molti aspetti  diverso da quello ai dati somatici e fisici.

Il collegamento “deve” esserci: quello riportato nell’articolo è un ulteriore mattone aggiunto a un ponte ancora lontano dall’essere completato. Forse lo studio dei sogni potrebbe essere strumento privilegiato in questa costruzione, per il legame più diretto dei suoi contenuti con la dimensione emotiva.

Freud nelle pagine introduttive a “L’interpretazione dei sogni” ha mostrato l’analogia del sogno con gli stati psicotici: a somiglianza di questi, ci introduce in un mondo diverso in cui parte dei contenuti provengono tuttavia dall’esperienza della veglia. Ricorda che questa ambiguità  ha attivato una controversia fra chi riteneva organico e stretto il rapporto fra i temi della veglia e quelli del sogno, e chi invece pensava i due momenti esperienziali  come indipendenti e sostanzialmente estranei l’uno all’altro. Analogamente, nel considerare gli stati psicotici li si è ritenuti a lungo qualcosa di alieno (vedi la parola “alienato”) che irrompe nella mente deformandola e devastandola: l’incomprensibile di Jaspers. Oggi prevale l’altra posizione, che ammette profondi legami fra i due stati, ed è presupposto di interventi consapevoli della comune umanità. Siamo tutti, prima di ogni altra cosa, umani, diceva già Sullivan tanto tempo fa.