Cronaca

Pietà per le madri assassine

Gianni Guasto
6 Dicembre 2014
2 commenti
Pietà per le madri assassine

a) Voi pensate a una donna (Annamaria Franzoni) che racconta di qualcuno che è inavvertitamente entrato in casa e ha ammazzato suo figlio. Come vi aspettate di trovarla? In quali condizioni emotive? Forse avrà voglia di andare dal parrucchiere ad agghindarsi per una puntata di Porta a Porta?
b) Continuate a pensare a quella donna. Ha perso un figlio piccolissimo in condizioni raccapriccianti. Pensate che avrà voglia di farsi intervistare, di comparire in televisione, di vedere
e rivedere il plastico della villetta, di sentirsi rivolgere sempre le stesse domande, di raccontare al mondo che ora è nuovamente incinta, di annunciare che qualche forma di felicità tornerà a rischiarare la casa? Non fosse per quei giudici ….

c) Ora pensate a una donna che ha appena ucciso suo figlio. Come potrà convivere con quella consapevolezza? Come potrà prendere in mano i suoi giochi, le sue tutine, le sue fotografie? Come potrà guardare in faccia il marito, i familiari? Come potrà guardarsi nello specchio? Come potrà vivere con se stessa?
Si ucciderà, forse. Un bel salto dalla finestra, pochi istanti, e poi la fine di tutto.
Oppure no. Oppure sarà sufficiente tagliare i fili che trasmettono i ricordi. Non sapere più nulla. Samuele un momento prima era lì che giocava. Un momento dopo la sua testina penzolava in modo innaturale, tutta sporca di sangue.
Chi era stato? Chi era entrato dalla porta lasciata socchiusa? Lei non lo sapeva. Al pari di Edipo, non sapeva più di essere lei stessa l’assassina.
Così, solo così, è possibile continuare a vivere.
c) Ora pensate a una clinica. A una psichiatra che incontra per la prima volta una donna che ha ucciso suo figlio e non lo sa più. Quel “non sapere” è una forma di “terapia” di autodifesa dall’orrore. Ma quel non sapere genera mutismo, depressione profonda, buio proondo, tristezza vitale, forse anche gesti autolesivi che esplodono all’improvviso senza alcun motivo apparente. Oppure risvegli in mezzo alla notte con il cuore che scoppia per l’angoscia, con la scena del delitto improvvisamente uscita dal buio, con tutta la verità lì davanti, chiara, lampante.
Perché anche la dissociazione dell’esperienza funziona fino a un certo punto.
d) Pensate al compito di quella terapeuta: dover puntare a ristabilire quella connessione tanto pericolosa, esplosiva, mortale. Dover cercare con prudenza estrema una strada che consenta alla sua paziente di giungere alla verità attraverso un processo graduale e lentissimo, fra mille esplosioni d’angoscia da contenere, fra mille fughe, interruzioni, fra mille ansie anche sue proprie, della terapeuta.
e) Ora pensate a quella donna, braccata dalla Giustizia, da un lato, e dalla Televisione dall’altro. Cadere nelle mani della Giustizia è un incubo che potrebbe avere persino un aspetto consolatorio: da qualche parte ci sarà un piccolo spazio di espiazione, sempre insufficiente, sempre lontanissimo da poter portare finalmente pace.
f) Cadere nelle mani della Televisione è invece, almeno in apparenza, molto più gratificante.
Innanzitutto la Fama: una condizione che non si sarebbe mai sognata.
Forse, persino -orribile a dirsi- persino del denaro. C’è un gettone di presenza per le partecipazioni a Porta a Porta? In fondo, con la presenza di quella donna, diventata improvvisamente una gallina dalle uova d’oro per gli introiti pubblicitari, lo share schizza in alto, e qualcuno si riempie le tasche.
Forse è persino giusto, persino indecente, persino orribile e blasfemo, guadagnare qualcosa. L’uomo non vive d’aria.
g) Ora pensate a quella donna che torna dalla psicoterapeuta. Anzi: che non ci torna affatto. Quella memoria martoriata e spenta, è ora piena di tante idee confuse, di tante ricostruzioni a effetto, del sorriso gentile della signorina che l’ha pettinata e truccata prima di entrare in trasmissione. E come stava bene! Poi quell’abitino nuovo, costato un po’, ma tanto carino. E poi le foto sui giornali. Se non fosse per quei magistrati … Se non fosse perché dopo ogni giornata viene la notte …
Questo era tanto tempo fa. Ora qualcuno ha ammazzato una altro bambino, Loris. Pare che sia stato strangolato con una fascetta elettrica. Uguale a quella che hanno mostrato
in televisione l’altra sera, un momento prima che cambiassi canale.
Fermiamoli. Facciamo sentire la nostra voce di professionisti della Salute Mentale.



2 risposte.

  1. Giovanni Giusto ha detto:

    Penso che ognuno dovrebbe svolgere la propria professione consapevolmente sulle ricadute sociali che essa può avere, ma soprattutto di quelle personali.
    Penso all’utilizzo improprio e violento della carcerazione preventiva, alla spettacolarizzazione del dolore, all’esibizione di sé stessi, alla mercificazione delle parole.
    Ritengo però che è bene sapere, è utile conoscere in modo appropriato per farsi un’opinione personale riconoscendo a ciascuno la possibilità di crescere attraverso il confronto delle idee.
    Non mi piace pensare che pochi eletti debbano decidere ciò che è bene o male per gli altri.
    L’ambizione della nostra Rivista ed in particolare del Vaso di Pandora web è proprio quella di comunicare in modo trasversale, chiaro e di rendere disponibili anche ai non addetti ai lavoro alcuni elementi di giudizio non influenzati dal desiderio dei conduttori delle arie trasmissioni televisive.

  2. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Ricordo un famoso anchorman che così concludeva un’intervista televisiva tragicomica, secondo me, alla signora di Cogne: “Lei ha ucciso suo figlio? (secco, diretto, ultimativo). Risposta, altrettanto laconica, della signora : “No!” (un “No!” affranto, disperato). Fine dell’intervista, dissolvenza e consigli per gli acquisti. Il “bravo giornalista” per la verità mi sembrò abbastanza schierato a favore della sventurata o così sembrava dall’impostazione dell’intervista tutta tesa, a mio parere, a presentare l’intervistata sotto un’immagine molto positiva. Qui c’è il “bravo giornalista”, un uomo molto popolare appartenente ad un’azienda di gran valore pubblicitario come è la tv commerciale in cui lavora che commette un grosso azzardo in apparenza, cioè quello di schierarsi a favore di una tesi: l’innocenza dell’indagata (a quel tempo). Diceva Walter Cronkite: “si schiera colui/lei che ritiene in coscienza di sapere qualcosa che è urgente condividere con il pubblico”. Ma qui non c’era nessuna urgenza! Non si trattava di rivelare al pubblico uno scoop su un clamoroso errore giudiziario o che apparati deviati dello stato si erano resi responsabili di orribili stragi o come fece Cronkite a suo tempo di rivelare all’opinione pubblica americana che la guerra nel Vietnam fu un orrendo massacro che nulla aveva a che fare con la difesa della democrazia. Qui il “bravo giornalista” in realtà non rischia nulla: il suo “schierarsi” a favore della protagonista della penosa vicenda rischia al massimo di urtare la sensibilità dei colpevolisti che comunque sia saranno lì a sbavare davanti al televisore per assaporare tutto il gusto della propria “indignazione morale” e per sfogare tutto il proprio risentimento verso “l’assassina di figli innocenti”. Innocentisti e colpevolisti tutti allegramente ipnotizzati davanti allo schermo televisivo, tutti compatti per fare la gioia degli sponsor di turno, tutti affratellati dal comune instupidimento prodotto dal carismatico conduttore e dalla interprete (suo malgrado) di questo dramma giudiziario e umano nazional-popolare”. Il “bravo” opinion leader sostiene una tesi basata su un proprio libero convincimento (almeno lo spero, voglio concedergli l’attenuante generica della buona fede) non suffragata da alcun fatto probante e che nulla di più aggiunge alla comprensione della vicenda in questione vista anche la complessità dell’argomento al confine tra l’aspetto giudiziario, quello clinico psicologico o psichiatrico e quello sociologico collettivo. Non si chiedeva in quel frangente al pubblico un atto di riflessione, uno sforzo per distinguere il vero dal falso. Anzi non era più il fatto in sé in discussione. Quello cui si assisteva era la più bieca sottomissione alla legge dell’Auditel, la rincorsa all’acquisizione di fette di mercato, lo sfruttamento delle inquietudini più comuni, la celebrazione populistica degli impulsi più primitivi, il mercimonio di nobili sentimenti; l’atteggiamento di irresponsabilità da parte di un “giornalista” per il quale il sacrosanto diritto all’informazione costituiva soltanto un pretesto per dare sfogo alla più spudorata demagogia; il delirio narcisistico di un conduttore televisivo che vuole ergersi a giudice popolare e che pretende quasi di personificare un ulteriore quanto inesistente grado di “giudizio televisivo” dopo la cassazione e la corte costituzionale. Si tentava di spacciare la signora di Cogne e il delitto omonimo come un qualsiasi altro prodotto pubblicitario. Il conduttore e i suoi collaboratori esperti di marketing proponevano ai consumatori di “acquistare l’innocenza”, in questo caso, (ma altre trasmissioni possono proporre “l’acquisto della colpevolezza”) della mamma di Cogne così come si acquista una “vita snella” dissetandosi da una bottiglia di plastica. Il diritto commerciale scambiato per il diritto di cronaca, alla fine. Un invito all’acquisto, anzi un “consiglio per l’acquisto” dell’innocenza o della colpevolezza di una persona. Insomma, un “illusione ben impacchettata” di durata maggiore di un classico spot ma con l’identico obiettivo di spegnerti il pensiero, disattivare la capacità di critica e istigarti “all’acting”. Certa tv fomenta “l’agire” senza concedere spazio alcuno per la mentalizzazione. Mi viene da pensare che le patologie del quarto tipo esaminate da Racamier possono trovare humus fertile in un sistema di comunicazione in cui si esaltano la dicotomia degli opposti, la logica narcisistica del capro espiatorio, in cui si offusca la complessità della realtà e si inducono le persone a prendere comunque una posizione (senza però darti l’impressione di aver subito condizionamento alcuno) e a dispetto dei fatti. Poi ci sono quelli cui capita “a causa” di queste logiche perverse di finire in comunità di riabilitazione e cura, mentre altri finiscono sui giornali o in tv a scrivere e sproloquiare sulle disgrazie umane. Purtroppo che vogliamo farci? Così va il mondo!

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