DAL CAOS AI RITMI UNIVERSALI COSI' SI E' EVOLUTA LA MUSICA

 
Credo che il ritmo ci accompagni in varie forme per tutto il corso della vita, dalla nostra "origine", ancora all'interno del ventre materno, alla fine dell'ultimo battito cardiaco.
Questo infatti è il primo, primitivo e primordiale ritmo che percepiamo, secondo alcuni studiosi lo avvertiamo già nel periodo di vita intrauterina, insieme a quello del respiro materno.
E il ritmo continua ad accompagnarci nella quotidianità, nel nostro battito cardiaco e nel nostro respiro, ma anche nel ritmo del nostro passo mentre camminiamo, nel tic tac dell'orologio, nel motore della nostra macchina in attesa di ripartire, nella risacca del mare, nel sentire il cuore che batte prima di dormire quando l'orecchio è appoggiato sul cuscino.
Come musicoterapista appena all'inizio della mia formazione penso che il ritmo, per queste sue caratteristiche "viscerali", sia proprio uno dei parametri sonori che si possono utilizzare nell'intervento anche con i casi più gravi, in cui ci sono scarse risorse/abilità residue e poca possibilità di contatto. In queste situazioni i musicoterapisti esperti consigliano di provare a partire proprio dal ritmo più naturale, quello del respiro della persona, e piano piano, sintonizzandosi emotivamente (e fisicamente) con l'Altro, cercare di "armonizzare" il respiro per instaurare una prima forma di connessione-relazione.
 
Mi vengono in mente due esperienze, ben lontane dal campo scientifico di Ravignani ma per me significative rispetto agli effetti della musica e del ritmo, che ho avuto il piacere di fare quest'estate durante il corso di musicoterapia di Assisi.
 
La prima, molto accademica, è avvenuta nel contesto di un laboratorio d'improvvisazione musicale: partendo da uno stimolo ritmico del professore,  si doveva seguire la consegna di ascoltare ed ascoltarsi, cercando e seguendo il ritmo e il suono del gruppo, fino al momento in cui, attraverso "compromessi" e aggiustamenti, si arrivava ad armonizzarsi in qualcosa di piacevole che desse una sensazione di benessere a tutti. 
 
Un processo simile forse accade (o dovrebbe accadere) nella nostra quotidianità, anche senza il mediatore musicale, nel lavoro d'equipe, nella convivenza familiare, nelle relazioni con gli altri in generale.
 
La seconda esperienza, invece, è stata un fortunato incontro di ritmi e culture diverse. Una sera dopo le lezioni ci siamo riuniti tutti insieme, studenti e professori, sulle scale della basilica nella piazza principale e abbiamo iniziato a cantare e suonare. Un gruppo di stranieri di varie nazionalità è passato di lì e ha iniziato a battere le mani e i piedi a ritmo, prima seguendoci, poi cambiando ritmo e invitando noi a seguirli, in uno scambio sempre più sfrenato di suoni e danze dal sapore etnico e primitivo.
 
Non so quali processi cognitivi quest'esperienza abbia attivato nel nostro cervello, ma credo che in quel momento il suono e il ritmo abbiano giocato un ruolo molto potente, comunicativo ed unificante, al di là della lingua, dell'etnia, della cultura e delle diversità, che ci ha regalato per un attimo la sensazione di percepire  il "ritmo del mondo".
 
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