Memoria e Sentimenti:
esperienze di Musicoterapia in comunità psichiatriche.

Relatore: Giacomo Cassano

Musicoterapista delle comunità “Redancia s.r.l.”

 

Introduzione

È noto che oramai la Musicoterapia è da tempo inserita come strumento della riabilitazione di pazienti psichiatrici. Vorrei ora cercare di spiegare come la musica può essere utilizzata come strumento riabilitativo nel processo di cura  delle malattie mentali.

 

Il titolo della mia relazione menziona due “protagonisti”:  la Memoria e i Sentimenti. Proverò qui di seguito a spiegare quale affinità e legame ci sia tra questi due elementi apparentemente così distanti tra loro,  che potremmo vedere come rappresentativi l’uno della psiche e l’atro dell’anima.

 In questo binomio si può inserire la musica, come elemento di coesione capace di parlare all’uno o all’altro, dell’uno e dell’altro e mettere in collegamento i due poli, in costante tensione tra loro.

Vorrei cercare di spiegare come mai i ricordi sono così indispensabili per l’essere umano e capire qual è il meccanismo che ingenera le emozioni; addentrarci per un po’ nel campo delle neuroscienze per andare a vedere da vicino quali sono le aree del cervello adibite al controllo dei ricordi e delle emozioni, per scoprire che le stesse sono ugualmente attivate quando si ascolta e si pratica  musica.

 

Ascoltare musica.

Recenti studi neuroscientifici hanno dimostrato chiaramente come nell’ascoltare musica  vengano attivate quasi tutte le aree del nostro cervello.

Possiamo, a ragion dire, che l’attività di ascolto musicale è un’attività (se non addirittura l’unica) coinvolgente e stimolante. Ecco perché parlare di ascolto come attività passiva non è esatto.

Tutti noi, una volta almeno nella vita, abbiamo sperimentato l’esperienza di un ascolto  musicale che, come per magia, ci ha riportato alla memoria un ricordo sepolto che pensavamo di non aver conservato nell’archivio della mente. Di conseguenza la sensazione di sorpresa e incanto nel trovarsi a rievocarne ancora, in modo vivido, le sensazioni percettive ad esso collegate.

L’ascolto è allora una prerogativa della mente più che del cervello. L’orecchio non riceve solo il suono ma inviando lo stimolo uditivo direttamente al cervello, innesca un  processo creativo del pensiero.

Ciò è dovuto al fatto che la musica  a noi famigliare attiva l’ippocampo, una struttura al centro del cervello nota per la sua importanza nella codifica e  nel recupero dei ricordi.

Il ruolo dell’ippocampo nella memoria è oggetto di dibattito. Secondo il modello Standard   l’ippocampo gioca un ruolo temporaneo: cioè è attivo nel consolidamento ma non nell’immagazzinamento di ricordi remoti. Secondo la teoria dei  modelli a traccia multipla, invece, l’ippocampo è sempre coinvolto nel riattivare la traccia mnestica, perché ricostruisce il contesto.

Ogni esperienza è quindi potenzialmente codificata nella memoria o meglio in  gruppi di neuroni che configurati in un certo modo fanno riaffiorare un ricordo, rappresentandolo nel teatro della nostra mente.

Se non riusciamo a richiamare tutto quello che vogliamo, quindi, non è perché non sia immagazzinato nella memoria; piuttosto il problema è trovare la giusta chiave per accedere al ricordo. In teoria con i giusti suggerimenti potremmo accedere a qualsiasi esperienza passata [Tratto da D.J. Levitin “Fatti di musica” edizioni Codice].

 

Perché si ascolta

Ascoltiamo per imparare, informarci, per sapere chi siamo, da dove veniamo, per conoscere meglio gli altri, per stare con noi stessi, per conservare la memoria del passato, per evadere, per provare emozioni, per immaginare, per trovare un senso, per comunicare…

Ogni atto d’ascolto proietta un desiderio su una musica, così come musiche diverse attivano più facilmente certi tipi di ascolto piuttosto che altri.

Non esiste un ascolto più giusto di un altro. Musiche diverse corrispondono a condotte di ascolto diverse, in relazione a diversi bisogni, motivazioni, desideri. Questo riguarda anche il rapporto tra compositore e fruitore o meglio, in molti casi, tra compositore, esecutore e fruitore.

Come diceva Freud: “La creazione artistica non si esaurisce nel compimento dell’opera ma si rinnova indefinitamente nelle fruizione/ricreazione di essa attraverso i tempi.” (Freud 1913)

L’arte non è nei tratti del pittore o dello scultore, nelle note del compositore o nelle parole del poeta ma bensì negli occhi, nelle orecchie, nella mente di chi ascolta, osserva e immagina l’opera d’arte. In qualche modo il fruitore dell’opera diviene indispensabile affinché la stessa opera sia; Nessun artista crea per poi nascondere al mondo la sua creazione. In più il fruitore diviene egli stesso partecipe alla creazione dell’opera d’arte in quanto nel suo fruire ricrea l’opera. Le emozioni del compositore s’incontrano con le emozioni di colui che ascolta, il quale ne da un rimando diverso, nuovo, da quello che era il punto di partenza del compositore.

Delalande, a  tal proposito, parla di “diritto d’infedeltà” della musica: l’ascolto di una musica si concretizza in un’esperienza di piacere che fa eco all’esperienza del produttore che a sua volta ha vissuto un’esperienza di piacere, ma forse non per le stesse ragioni. L’atto dell’ascolto ri-compone l’oggetto a suo modo (Delalande, 1993. Pag. 176-190).

Ogni atto d’ascolto presuppone il piacere di ascoltare capace di sollecitare interesse e curiosità, aspettative centrali affinché un ascolto musicale sia recepito attivamente. Per questo nella  scelta dei brani da proporre dobbiamo considerare due diverse tendenze/aspettative: la consuetudine e la meraviglia.

Questo perché vi è nell’ascoltatore l’esigenza di ritrovare qualcosa di  famigliare, che possa tranquillizzarlo e favorire occasioni di confronto in gruppo a partire dalle proprie preferenze.

Ascoltare una musica che conosciamo e che amiamo dà senza dubbio un piacere immediato legato all’idea di qualcosa già conosciuto, rassicurante (la consuetudine). Dall’altra parte vi è, contemporaneamente, anche l’esigenza di ascoltare qualcosa che sorprende, d’ insolito, che stimoli e crei mistero (la meraviglia).

Stupore e spaesamento però non sono sempre piacevoli: possono anche provocare repulsione, dissonanza, divergenza, conflitto. Ma sempre producono senso, confronto, energia che fluisce.

Ritengo quindi che la scelta dei brani da proporre deve tener presente di queste tendenze che fanno capo a quelle pulsioni neofobiche e neofiliche, che sono ben spiegate dallo studioso etologo Desmond Morris nel suo libro “La scimmia nuda”.

Queste due tendenze possono essere viste complementari in un percorso che intrecci attese e imprevisti, conosciuto e sconosciuto, vicino e lontano, prossimità ed estraneità. È importante utilizzare musiche ricche di stimoli, che diano da parlare.

 

Il Setting

Il setting in Musicoterapia ha importanza rilevante ed è il primo fondamentale elemento che da inizio al processo di cura. L’elemento che contraddistingue il setting musicoterapico è il contesto non verbale.

Il contesto non verbale è dato dall’interazione dinamica di molti elementi quali quello sonoro, gestuale, corporeo, della mimica, del colore, dello spazio e perfino dell’odore.

L’invarianza è caratteristica fondamentale del setting: si è notato che modificandolo avvengono cambiamenti di comportamento dei pazienti in seduta. La costanza del setting consente e facilita l’interazione verbale, la dinamica associativa

In musicoterapia Il setting assume quindi una grande valenza in quanto costituisce una comunicazione implicita che può contenere, guidare, condizionare e addirittura, inibire il paziente.

In altri termini,  esso è l’insieme di regole senza le quali non sarebbero percorribili gli itinerari trasformativi della terapia.

La disposizione ideale e più usata è quella in cerchio o semicerchio. Questa organizzazione dello spazio offre un certo contenimento ma allo stesso tempo una certa apertura e condivisione.

Il cerchio è un archetipo, simbolo della madre terra, dell’abbraccio del grembo materno, del flusso vitale. Il cerchio è un simbolo onnipresente nelle culture di impronta prevalentemente patriarcale: pensiamo per esempio agli indiani d’America per cui la nazione pellerossa traeva la sua forza dall’essere un “cerchio sacro”; pensiamo a quanti simboli della cultura Celtica si rifanno ala figura del cerchio.

E’ quella che Benenzon definisce “Posizione del focolare” che richiama simbolicamente le riunioni serali attorno al fuoco tipiche dei popoli tribali  o degli stessi progenitori, vissuti in epoca rurale che a sera  erano soliti riunirsi davanti al camino per raccontarsi le loro giornate.

Il fuoco nei popoli tribali è controllato dal “guardiano del fuoco”, persona incaricata di alimentare continuamente le  fiamme affinché il calore e l’unica fonte di luce non venga meno e non si corra il rischio di essere attaccati dagli animali predatori della notte.

Se facciamo un parallelismo, la musica di ognuno (con tutti i suoi contenuti emotivi), è il fuoco da tenere sempre vivo;  il terapista assume simbolicamente il ruolo del “guardiano del fuoco”  e deve cercare di mantenere un certo equilibrio di calore e luce affinché ogni partecipante si senta a suo agio e possa esprimere i suoi vissuti emotivi.

Il rituale è completo e pronto per accogliere e contenere le memorie e i sentimenti di ognuno.

 

L’Ascolto nel setting

Solitamente la scelta dei brani parte da proposte fatte dai pazienti per mettere a loro agio i partecipanti e per sondare il repertorio musicale dei singoli. Man mano che gli incontri procedono il terapista cerca di strutturare un percorso di ascolti che contempli dei brani noti al gruppo e l’inserimento di brani “ad hoc” utili per conseguimento degli obbiettivi prefissati.

All’ascolto segue una breve fase di condivisione dove ognuno può esternare verbalmente le proprie impressioni, ricordi, considerazioni. Tale fase di verbalizzazione inserita in un contesto non verbale, com’è quello che caratterizza l’attività di Musicoterapia, è uno spazio necessario affinché vengano fuori possibili vissuti persecutori o angoscianti che la musica ha evocato.

La struttura di pensiero di uno psicotico, infatti, è una struttura angosciante, popolata di elementi distruttivi e mortiferi, dalla quale sembra necessario, come atto difensivo, prendere le distanze; così i pensieri del paziente diventano sempre più distanti dal proprio mondo interno. La risposta del terapeuta sarà allora quella di restituire al paziente le sue proiezioni piene d’angoscia e di dolore, dopo averle rese più tollerabili.

L’ascolto musicale permette ai partecipanti di effettuare un passaggio tra diversi livelli di esperienza: da quella più regressiva legata alla fruizione musicale a quella più comunicativa, attraverso la verbalizzazione dei propri vissuti ed infine a quella integrativa nel confronto col gruppo.

Volendo usare una metafora, possiamo paragonare la mente ad  un castello in cui il soggetto pensante è chiamato a intraprendere un cammino che, a partire dalle secrete buie e impolverate, risale verso l’alto, sempre più su fino alla torre maestra. Sfruttando la stessa metafora possiamo allora paragonare  lo svolgersi del processo terapeutico alla costruzione di una scala ideale dove giorno per giorno si aggiunge uno scalino al fine di permettere al soggetto di risalire verso i piani più alti, là dove si gioca il confronto con il reale e dove la luce permette di ascendere con passo più sicuro.

 

La Musica a vari livelli

Ogni atto d’ascolto presuppone il piacere di ascoltare e in questo, la capacità di sollecitare interesse e curiosità.

La musica è frutto di un processo biologico, affettivo, cognitivo spirituale, innato nelle facoltà umane. Analogamente, la reazione umana alla musica avviene a tutti questi livelli:

Livello biologico =  può alterare la freq cardiaca o la freq e la profondità respiratoria.

Livello affettivo =  riguarda la variazione delle emozioni.

Livello cognitivo =  riguarda il piacere estetico e l’apprendimento.

Livello spirituale = riguarda il bisogno di trascendenza;  un bisogno che potremmo dire quasi primario per l’uomo.

La musica ci mette in rapporto con qualcosa di trascendente non tangibile, facendoci avvertire l’unità tra le forze umane e universali,  in una totalità che supera i limiti della coscienza individuale.

Una reazione è completa se avviene a tutti e 4 i livelli e il grado di influenza della musica su ciascuno di essi varia a seconda del condizionamento culturale, dei valori sociali e delle inclinazioni personali.

 

La Memoria

Secondo le più comuni e frequenti definizioni la memoria è definita come la capacità di immagazzinare informazione alle quali attingere quando necessario. Il termine deriva dal nome della dea greca, Mnemousine, madre di tutte le muse.

Essa comprende i due processi di apprendimento e ricordo secondo un processo che segue diverse fasi: codifica, consolidamento, immagazzinamento e per ultimo il ricordo.

La codificasi riferisce al modo in cui la nuova informazione viene inserita in un contesto di informazioni precedenti;  i codici usati possono essere di vario tipo: per es., visivo o semantico.

Per quanto riguarda il consolidamento, secondo la “teoria dei livelli di elaborazione”, più è profondo il livello di elaborazione nella codifica più è probabile che la traccia di memoria sia duratura (ovvero vi è una migliore ritenzione).

Un altro aspetto è il recupero ed è quello che interessa di più ai fine del lavoro presentato. Secondo Endel Tulving ciò che una persona ricorda non dipende soltanto dalle proprietà della traccia di memoria in quanto tale. Le tracce di memoria sono solo disposizioni o potenzialità.

Affinché il recupero avvenga deve essere presente un suggerimento (cue = attacco, battuta, indizio) appropriato che attivi la traccia.

Secondo il principio di “specificità di codifica” la compatibilità  tra la traccia quale è stata codificata e le caratteristiche dell’informazione presente al recupero determina il ricordo.

 

Musica ed emozioni

Ma vediamo ora che relazione c’è tra la musica e le emozioni.

È quasi un luogo comune il fatto che la musica provochi delle emozioni. In realtà le emozioni sono il risultato di una risposta a oggetti, situazioni o persone precisamente identificabili, mentre gli umori sono stati definiti “generalizzazioni metafisiche delle emozioni”.

La musica non esprime emozione ma può creare umori a cui rispondiamo a livello emotivo.

L’umore è un’emozione che perdura al contrario delle emozioni che sono limitate nel tempo. La depressione, per esempio, si caratterizza per un umore triste e permanente che perdura per lunghi periodi.

Un altro equivoco frequente è il confondere la rabbia con l’aggressività ovvero l’emozione con “l’agito” (il passare all’azione).

Come ricorda Stephanie Hahusseau nel suo bellissimo libro “Chi ha paura dell’umore nero?” (Erickson Edizioni), le emozioni che noi classifichiamo come negative hanno una precisa ragion d’essere e sono utili alla sopravvivenza della specie. E’ grazie alle emozioni che l’uomo si è adattato ai moltissimi cambiamenti ambientali e continua ancora a farlo.

La rabbia ad esempio, entra in gioco quando i nostri diritti vengono violati o veniamo feriti e ad essa è connessa l’attivazione di un contenitore energetico di riserva a cui il cervello da accesso quando si attiva il segnale di “Allerta”.

Conoscendo le nostre emozioni si può comprendere ciò che ci spinge ad agire o non agire. Questa conoscenza di noi stessi e delle nostre emozioni e la capacità di canalizzarle è detta “intelligenza emotiva”. Essere “emozionalmente intelligenti” significa essere capaci di etichettare correttamente le proprie emozioni.

In sintesi possiamo dire che le nostre emozioni sono in flusso costante e sono sempre mutevoli, ma quando un’emozione inizia a dominare la nostra psiche può causare un serio squilibrio e per questo è necessario, al fine di ritrovare l’equilibrio perduto, individuarla, esprimerla e risalire alle cause che l’hanno provocata.

 

Le emozioni negate all’origine del disagio

L’emozione è il cuscinetto tra noi e le cose che non possiamo controllare. È l’unica valvola di sfogo a nostra disposizione per ovviare alla mancanza di controllo degli eventi esterni.

Non esistono emozioni negative o positive; semplicemente le emozioni sono emozioni, magari con sfumature diverse tra loro.

Giudicare negativamente le nostre emozioni porta ad evitarne l’esperienza (utilizzando strategie di evitamento), trovando un momentaneo beneficio ma a lungo termine l’evitamento rende le emozioni ancora più intollerabili e aumenta la durata e/o l’intensità dei nostri disagi, impedendoci di fare fronte ai nostri problemi.

Se consideriamo in modo negativo emozioni come tristezza, paura, rabbia, finiamo per provare non una ma due emozioni, la seconda delle quali, detta “emozione secondaria”, è indotta dalla paura e dalla vergogna di provare emozioni e va ad alimentare la prima, amplificando la sensazione di disagio.

Quando ciò accade si attivano strategie che hanno lo scopo di evitarne l’esperienza. Si va dal cercare di pensare ad altre cose al mangiare, bere, fumare, consumare droghe, fino a gesti autolesivi, per non sentire più l’insostenibile angoscia.

Così succede che un’iniziale ansia venga amplificata dalla paura obbligando la persona a mettere in atto comportamenti evitanti che sconvolgono il normale corso della sua vita. Si evitano le altre persone per paura del loro giudizio (fobia sociale); i propri pensieri divengono carichi di proiezioni fantasmatiche e le azioni utilizzate per cercare di eliminare l’ansia prendono gran parte del tempo di una giornata (disturbo ossessivo-compulsivo); si ha paura dei luoghi dove è ipoteticamente difficile sfuggire in caso si venga colti da una crisi di ansia (claustrofobia o agorafobia); si ha paura di avere paura e per questo non si esce più di casa (attacco di panico).

 

Che relazione c’è tra Musica Emozioni e Ricordi

Negli ultimi 10 anni i neuroscienziati hanno mostrato che il nostro sistema mnestico è intimamente legato al nostro sistema emotivo L’amigdala, sede delle emozioni nei mammiferi, è molto vicina all’ippocampo, ritenuto la struttura fondamentale  per l’immagazzinamento dei ricordi. L’amigdala si attiva in presenza  di una musica che ci coinvolge emotivamente. Altre aree come il mesencefalo, le regioni della corteccia frontale e lo striato ventrale vengono attivate anch’esse.

Lo striato ventrale, contiene il nucleus accumbens che è il centro del sistema di gratificazione del cervello e riveste un ruolo importante nel piacere e nella dipendenza. Esso è anche coinvolto nella trasmissioni di oppioidi nel cervello a causa della sua capacità di rilasciare dopamina.

Ricapitolando nell’ascolto musicale si attivano una serie di regioni celebrali in un ordine particolare: in primo luogo la corteccia uditiva per l’elaborazione iniziale delle componenti del suono. Poi le regioni frontali implicate nella elaborazione della struttura musicale e nelle aspettative. Infine il sistema mesolimbico, una rete di regioni, coinvolte nell’eccitazione nel piacere e nel rilascio di dopamina che culminano con l’attivazione del nucleus accumbens.

In tutto questo il cervelletto, detto anche “area retiliana” o “archipallio” (parte più arcaica presente anche nei rettili) è rimasto attivo tutto il tempo con le sue connessioni con le aree dei lobi frontali e sistema libico, a controllare e regolare l’emozione.

 

A cosa servono i ricordi

Le emozioni sono, quindi, saldamente ancorate ai nostri ricordi. Anzi la nostra mente conserva in memoria prevalentemente eventi “dai colori emotivi più accesi” rispetto ad altri eventi dai colori emotivi più sbiaditi.

Per questo motivo nel processo di riconoscimento delle emozioni è importante tener conto delle emozioni del presente sapendole distinguere da quelle del passato. 

Alcune situazioni presenti svegliano i ricordi del passato (e le emozioni ad essi connesse) senza che ce ne rendiamo conto. Così si genera il medesimo meccanismo di evitamento suddetto.

L’evitamento emozionale non ci permette di vivere con compassione il dolore, generato dal sentimento fastidioso e finisce per amplificare e mantenere vivo il dolore stesso.

Dobbiamo riconoscere che abbiamo sofferto in passato e accettare di vivere momentaneamente la nuova sofferenza, non per cambiare gli avvenimenti del passato, ma per modificare le tracce emozionali che hanno lasciato. Questo è l’unico modo per attenuare la paura di rivivere la stessa storia.

L’uomo ha bisogno di ricordare per dare un senso alla propria vita e gettare un ponte fra passato presente e futuro ai fini una coesione dell’Io. In altre parole senza i ricordi saremmo tanti “Io” scollegati  fra loro (frammentazione) e non potremmo riconoscere un continum necessario a dare senso alle cose che facciamo.

 A tal proposito la musica è utilissima per evitare il senso di morte e frammentazione. La musica si fonda sulla ripetizione: funziona perché ci ricordiamo i toni appena sentiti e li colleghiamo a quelli che vengono dopo (altrimenti sentiremmo solo dei singoli suoni uno dopo l’altro e non una canzone). Questi gruppi di toni (frasi) musicali potrebbero ritornare nel brano, in una variazione che solletica il nostro sistema mnestico e nel contempo attiva i nostri centri emozionali.

Ora, i modelli di memoria a traccia multipla partono dal presupposto che il contesto venga codificato insieme alle tracce mestiche; ciò significa che anche la musica ascoltata nei vari periodi della nostra vita verrà codificata insieme agli eventi di quei periodi. Questo può essere molto utile nel ricostruire un percorso della memoria che serva a rammentarci chi siamo e come siamo arrivati dove siamo.

 

L’importanza della relazione

Abbiamo visto come, di per sé, un ascolto musicale abbia un certo effetto neurochimico sul nostro organismo al pari di alcuni farmaci dopaminergici, antidepressivi. Qualcuno potrebbe obiettare che allora basta autosomministrarsi della musica (al pari di un’aspirina) per alleviare il proprio malessere. In realtà le cose non sono così semplicistiche. È come se io prendessi dei farmaci mescolati a caso per autocurarmi da un malessere non ben precisato che si manifesta in maniera plurisintomatica.

Ciò che è veramente terapeutico è la relazione e non la musica in se. Certo ognuno di noi avrà provato almeno una volta nelle proprie solitudini adolescenziali a chiudersi in camera in preda ad una soffocante malinconia e cercare sollievo in un ascolto in cuffia di un brano del nostro cantate o gruppo preferito. Ma in un quadro patologico questo non basta.

La musica è il mezzo che il terapeuta utilizza al fine di instaurare una relazione col soggetto in cura, la quale relazione ha finalità terapeutica – riabilitativa.

Chi si ammala fisicamente e/o mentalmente non fa altro che interrompere un processo di comunicazione sia nei confronti del mondo esterno che con se stesso. Si pregiudicano i contatti e i normali rapporti con l’ambiente e pian piano l’individuo raggiunge un tale isolamento da divenire straniero a sé stesso. Il soggetto malato sprofonda sempre più in una coltre di nebbia dove i processi percettivi, intellettivi ed emotivi vengono alterati. La realtà esterna diviene, spesso, qualcosa di sconosciuto e minaccioso, qualcosa che non rispecchia più il proprio mondo interiore.

La musica può aiutare a dissipare questa nebbia, e facilitare l’acquisizione e lo sviluppo della conoscenza di sé e degli altri.

In psicodinamica è la qualità della relazione che rivela l’individualità in essa. Il terapista ascolta sia la musica che viene improvvisata dal paziente sia la persona nella musica. Potremmo dire che la persona non esiste fuori dalla relazione; in tale contesto la persona “è” la musica.

 

L’Improvvisazione strumentale

Il fare musica improvvisando, all’interno del setting musicoterapico, è per molti aspetti diverso dal fare musica di un musicista. L’improvvisazione clinica deve tenere presente i molteplici e diversi obiettivi che si vogliono raggiungere nell’ambito di un processo terapeutico riabilitativo.

Le regole d’improvvisazione clinica divergono da quelle di una consueta improvvisazione musicale per vari aspetti. La presenza del terapista deve essere discreta e non invadente favorendo un clima di non-giudizio e rafforzando la funzione di contenimento del setting. Qualora fosse necessario deve saper arginare o indirizzare i partecipanti del gruppo al fine di una migliore coesione dello stesso.

Il terapista che suona improvvisando con il paziente deve saper ascoltare le proposte e accoglierle, rielaborandole e arricchendole per poi restituirle alla fonte di provenienza.

In un ambito gruppale, il gioco di ascolti - elaborazione – rimandi diviene più complesso, in quanto il terapista deve aver un ascolto a 360° per poter cogliere le singole proposte, gli scambi le “trovate musicali” (come direbbe Delalande) di ogni partecipante al gruppo e, estemporaneamente, cercare di accogliere e rilanciare per valorizzare e facilitare la condivisione e l’interazione degli elementi del gruppo.

L’invenzione musicale  avrà particolari caratteristiche dinamiche (volume) e di agogica (accelerando, rallentando, stringendo, rubando, ritardando, etc); avrà un ritmo strutturato o casuale, stereotipato o libero. Solo ascoltando attentamente il terapista può riuscire ad agganciare i vari soggetti e interagire con loro.

Il paziente che ascolta in “eco” la sua produzione musicale si sente compreso, chiamato in causa, gratificato, riconosciuto e ciò favorisce uno scarto mentale, aumentando il livello di attenzione. Il rimando al gruppo dello spunto musicale rielaborato in forma di tema favorisce la circolarità emotiva e lo scambio fra i singoli.

Può accadere che nessuno abbia voglia iniziare o che non ci siano idee musicali precise, utili per la costruzione di un’improvvisazione. Il terapista può, in tal caso, prendere l’iniziativa e proporre delle idee nuove strutturando l’improvvisazione.

Potrebbe offrire una struttura più sicura e continua per contenere le frasi brevi e interrotte. Potrebbe offrire una diversa modalità di suonare in risposta ad un modo di suonare rigido e ripetitivo, rispecchiando inizialmente il suo modo di suonare e provando a variarlo di poco; notando se il suo interlocutore si accorge della variazione e se è disposto a seguirlo. Potrebbe giocare sui livelli di intensità per generare tensione e distensione o potrebbe introdurre pause improvvise per “resettare” l’attenzione del gruppo e ri-sincronizzare i partecipanti, per poi portarli verso la nascita di una nuova idea con una dolce o improvvisa virata.

L’equilibrio tra le parti deve essere sempre mantenuto anche quando un partecipante si mostra più esuberante di altri e cerca di monopolizzare l’andamento dell’improvvisazione. In tal caso deve cercare di frapporsi tra lui e il resto del gruppo per provare a modulare il suo livello energetico e la sua esuberanza e agganciarlo su un piano di dialogo personale.

 

“Tema con variazioni”

Una delle tecniche adottate nelle improvvisazioni di Musicoterapia è quella del “Tema con Variazioni”. Questa è una delle forme più usuali adottate nel corso della storia della musica.

L'uso della tecnica della variazione risale almeno all'antica Grecia. Alcune forme d’origine barocca, come la Passacaglia e la Ciaccona, sono esempi di architettura musicale basata in maniera essenziale sulla variazione, sotto forma di riproposizione variata di un ostinato armonico, costituito spesso da un vero e proprio basso ostinato.

Nella trasformazione, manipolazione di un tema dato l’uomo, probabilmente, rispecchia il suo bisogno di sentirsi, nel tempo, sempre sé stesso, pur mutando sempre in qualcos’altro.

All’interno di un setting di Musicoterapia la tecnica  della variazione è utilizzata secondo la teoria delle “sincronizzazioni inesatte” di Stern.

Per sincronizzazioni inesatte s’intende una risposta  data, non direttamente corrispondente

(sarebbe così una imitazione) alla richiesta. Se la madre risponde in tal modo ad una proposta del suo bambino, egli dovrà, per poter rispondere, riconoscere che una parte della risposta avuta è simile alla sua proposta, ma deve anche considerare la piccola variazione introdotta dalla madre, attraverso una propria elaborazione.

Così nella relazione musicoterapica le sincronizzazioni inesatte introducono un elemento di variazione che può essere affrontato e rielaborato dalla mente del paziente e, a sua volta, può essere espresso ad un livello diverso, più complesso.

Ecco allora che, durante un’improvvisazione di Musicoterapia, accade che i soggetti espongano il loro “tema” mettendolo a confronto con altri temi, cercando l’interazione con essi. Il tema subisce poi delle variazioni (attenzione, non uno stravolgimento perchè è importante che il soggetto possa riconoscere il suo tema); esso viene quindi rielaborato e, in fine, ri-assunto e riconosciuto come proprio.

Di solito durante un’improvvisazione di gruppo, all’interno del setting, nasce un’atmosfera di distensione e divertimento che neutralizza i tentativi  illusori e di fuga. Rinunciando al controllo la mente si libera delle sue paure. Ci si sente allora trascinati al centro del suono e dentro le sue origini come in un vortice, la cui forza centripeta aggregante è irresistibilmente coinvolgente.

Può anche succedere che il soggetto si senta assalito da una profonda tristezza ma essa ritrova il suo spazio, in una corretta collocazione, e ci si accorge che non è qualcosa di avulso da ricacciare via, bensì solamente l’altro lato della medaglia.

Se si segue fino in fondo la propria tristezza, se la si segue sin dove essa ci vuol condurre, allora si scopre che essa ha un senso. Sono in accordo con me stesso, anche con i miei desideri inespressi, anche con la mia solitudine, anche con la mia incomprensione; la realtà esterna fa meno paura.

 

Conclusioni

L’uomo è un essere conflittuale e in quanto duale è diviso interiormente e quindi è soggetto alla malattia. La malattia è vista dalla medicina attuale occidentale come un insieme di sintomi da combattere, eliminare per ridare sollievo al soggetto malato.

Finché la medicina convenzionale continuerà ad affrontare la malattia solo sul piano sintomatologico trascurando la relazione globale tra corpo e psiche, dimenticandosi, in sostanza, di eliminare le cause che hanno generato la malattia, i segnali di disagio (Sintomi) troveranno un’altra via per manifestarsi.

Il sintomo è un segnale d’allarme che ci avverte che qualcosa non va come dovrebbe. Ma se io mi limito a spegnere solo la spia di rilevazione senza occuparmi di scoprire dove si è generato il “guasto” e senza occuparmi delle cause che l’hanno generato, non avrò risolto il problema.

Nonostante l’avanzare delle competenze in campo tecnico e medico, l’uomo, paradossalmente, è ancora impotente di fronte alle malattie derivanti dalle grandi nevrosi del nostro secolo: depressione, cancro, Aids, anoressia e bulimia. Questo perchè tali nevrosi sono figlie di un processo di disumanizzazione della società; figlie dell’incomunicabilità, della eccessiva razionalizzazione.

E’ la perdita dell’identità’ personale frutto di una società edonista basata sull’estetica e l’apparenza, che ha dimenticato di nutrire i sogni e i miti dei propri figli lasciando che i mali, fuoriusciti dal vaso di Pandora, regnassero incontrastati senza che nessuno potesse dare un senso a tanta sofferenza. 

Attraverso l’arte e la musica, in particolare, il soggetto ritrova il senso perduto del suo esistere. Egli  ritrova il proprio sé nel riconoscersi, nell’apprezzarsi, nel difendere le proprie idee e, in definitiva, nell’amarsi. E questo sentimento d’amore è qualcosa da ricostruire, da ritrovare perchè, spesso, non si era potuto formare in un “luogo di mancanza” che viene espresso dalla mano che cerca la tua mano per potersi sentire capace, libero, attivo, sicuro e … creativo” (R.Lucioni  2008).

Attraverso la Musicoterapia, la persona, nel suo insieme mente-corpo, torna ad essere luogo dell’immaginario ed espressione della propria creatività.

La musica con il suo potere evocativo, con i suoi legami ancestrali di proto-linguaggio è in grado di metterci in contatto con le parti più arcaiche del nostro essere e ritrovare l’ equilibrio perduto dell’infanzia,  per poter vivere e non sopravvivere, per poter conoscere le proprie paure e ritrovare una strada da percorrere, consapevoli che non tutte le strade sono un percorso.

 

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Relazione presentata al VII Congresso Confiam, 28,29,30 Maggio 2010 Genova