Recensione al libro di Giovanni Giusto, edito da Bruno Mondadori

La Fattoria Terapeutica.

Interventi di Psicoterapia Residenziale

di Caterina Vecchiato


Giusto HRFattoria Terapeutica è stata una lettura suggestiva di immagini, ma anche sogni e illusioni che devono essere consentiti per mantenere la creatività necessaria alla clinica e agli obiettivi terapeutici che il termine clinica elicita, nell’assumere uno spessore etico legato al significato di praticità e concretezza della dimensione reale che, nel lungo termine dei percorsi terapeutici, vede il suo più importante vincolo e fattore di legittimazione.

Si tratta di un libro fatto di incontri tra persone, ma anche modelli, teorie e tecniche che vengono illustrati e contestualizzati secondo l’evoluzione storica degli ultimi quarant’anni di psichiatria.

La fortuna di acquisire ampi margini di libertà di pensiero, conseguente al costante e appassionato impegno volto a elaborare le esperienze di una lunga vita professionale, è uno dei principali fattori che suscitano interesse nella lettura del testo che si articola tra le pratiche che si svolgono nell’ambito della C.T. e una profonda riflessione antropologica informata ai più importanti approcci alla malattia mentale grave.


È proprio l’esperienza clinica, la consuetudine nel rapporto con le psicosi che ci può aiutare nella ricerca dei presupposti condivisibili e delle possibili sintonie con Fattoria Terapeutica che questa breve recensione si propone di mettere in luce, focalizzandosi su tre aree intensamente rappresentate nel libro: antropologica, terapeutica, integrativa dell’intersoggettività.


Per contestualizzare i contenuti del testo in un orizzonte che riguarda un ambito culturale più ampio e quindi può coinvolgere anche i non addetti ai lavori, voglio iniziare con le parole di Michel Agier «ogni agglomerato umano ricerca forme di vita sociale, familiari culturali, politiche…» estrapolando da una recente intervista all’antropologo francese dove il focus sono agglomerati umani “critici”, come per esempio i campi profughi e altri tragici assembramenti, che tuttavia attivano dispositivi umani e da diverse angolazioni sono oggetto di interesse e di studio. Ricordando che Immanuel Kant diceva che l’ospitalità consiste nel dire all’altro “tu non sei il mio nemico”, Agier racconta il suo interesse per i meccanismi di formazione di nuove comunità politiche che danno senso alla nozione di persona e valorizza il modello del principio di ospitalità (che poi significa dare spazio al diverso dentro di noi).


Risulta soprattutto interessante l’essenziale funzione di protezione della mente che la ricerca su forme di vita comunitaria attiva e che ritroviamo come fattore di “resilienza”, termine forse brutto (per la durezza che deve alla sua origine ingegneristica) che tuttavia illustra utilmente capacità e possibilità adattive umane.


Ecco quindi un crocevia di vari percorsi conoscitivi dove diverse discipline possono incontrarsi facendo emergere quanto le neuroscienze recentemente vanno evidenziando, mentre già, in ambito umanistico, da tempo intuito, cioè la sostanziale intersoggettività della dimensione mentale umana.


Questo primo punto di condivisione dei presupposti di Fattoria Terapeutica si collega al problema del trattamento della malattia mentale per il quale cito Christopher Bollas dal commovente “Se il sole esplode – l’enigma della schizofrenia” che ho già ripreso in altre occasioni (lezioni e scritti) per la descrizione della sua autentica relazione con la schizofrenia: le persone malate, le concezioni legate alle diagnosi e l’ambito psichiatrico in generale. Vorrei riportare l’incipit del racconto dell’esperienza giovanile di Bollas al East Bay Activity Center:


«…entrando… I bambini trovavano… di fronte a loro l’ampio sentiero che conduceva ai campi di gioco, da dove potevano scorgere, in lontananza, il bianco, abbagliante luccichio di San Francisco, icona commemorativa del potere e del successo dell’espansione americana verso ovest. Che corressero verso il campetto per la gioia di farlo o che si fiondassero in quella direzione per sfuggire a qualche demoniaco persecutore, di tanto in tanto quel panorama li coglieva di sorpresa visione sbalorditiva di opportunità che anche loro desideravano cogliere. Manifestazione concreta di un mondo tanto lontano, simboleggiava un’utopia che solo pochi avrebbero potuto raggiungere».

E ancora Bollas ci ricorda che uno degli aspetti più tragici nel destino di un paziente schizofrenico, in passato così come nel presente, è il perseguimento di una condizione in cui poter “gettare via la chiave e non pensarci più” da parte di chi si ritiene esperto in materia. L’imperativo è trovare il modo di sbarazzarsi dei loro sintomi. Troppo spesso non si tiene conto del fatto che sintomi e persona sono, per molti aspetti, tutt’uno, e che la medicalizzazione minaccia di eliminare la dimensione umana.

Il pensiero di questo autore consente di sottolineare un tema centrale del nostro libro particolarmente in risalto nel capitolo sulla scelta degli operatori “molti i chiamati e pochi gli eletti”. Nella mia lettura il focus riguarda appunto la ricerca di una dimensione di autenticità che tradurrei nel desiderio di fare “amicizia” con quelle persone e uso il termine amicizia senza sprovvedutezza, ma riferendomi ad un tipo speciale di rapporto particolarmente creativo e sostanziato da una vera curiosità e interesse per la straordinaria e strana originalità che coinvolge nella se pure sofferta relazione con loro, che può portare qualcuno ad affrontare davvero condizioni mentali estreme della patologia mentale grave e dunque superare quello che C. Bollas definisce “uno degli aspetti più tragici del destino di molti pazienti”: l’essere abbandonati.

Anche De Martis ricordando del suo giovanile approccio alla psichiatria parlava della simpatia provata per soggetti tanto particolari. Si tratta tuttavia di relazioni molto impegnative che richiedono l’acquisizione di specifiche capacità, per esempio in un recente seminario C. Conforto ha sostenuto la necessità specifica per il lavoro in ambito psichiatrico dell’apprendere a poter reggere e gestire relazioni che si propongono sotto il segno dell’innaturalità.

Per concludere, infine, nel testo emergono quali valori guida il grande interesse per la cornice e per come la forma divenga spesso sostanza e per quanto si può ricondurre alla percezione della bellezza con l’impegno etico che comporta.


Proprio in questo ambito collocherei anche un “adagio” del libro cioè il significato del rapporto con la natura e i suoi ritmi, con il paesaggio (che ho già richiamato con la poetica prospettiva su S. Francesco di Bollas) che appare in Fattoria Terapeutica rappresentato nell’intreccio dei vari collegamenti alla cultura contadina, alla natura e alla terra, come nel capitolo di S. Donnari e V. Canonico:


Il progetto della Fattoria terapeutica ci ha affascinato per le diverse sfide e paradossi che propone. Oltre a promuovere un rapporto con la terra e gli animali «non per svolgere funzioni di lavoro in prima persona, ma per assorbire l’espressione di una saggezza antica, quella formulata dall’uomo agricoltore e allevatore nel suo rapporto con la terra e con gli animali» (Andrea Narracci), nell’intervento che mi compete si propone un’ulteriore sfida: quella di introdurre le moderne tecnologie non permettersi semplicemente in connessione, ma in relazione. Arteterapia a mediazione tecnologica a servizio della relazione tra l’uomo moderno e la saggezza della terra e del mondo contadino; tecnologia per promuovere ed enfatizzare la relazione profonda tra pazienti e curanti. Per relazione profonda intendo scambio di affetti ed emozioni tramite il motore della creatività mediato dalle risorse che la tecnologia offre per generare “Bellezza”. Bellezza intesa come nuovi panorami, nuove possibilità esistenziali di cui il paziente ha bisogno.


Mi piace ancora citare Maurizio Peciccia che, nella descrizione del percorso verso la sua terapia amniotica originata dall’esperienza del calore delle acque termali, dichiara di sentire la terapia come un dono offerto dalla terra per facilitare quel processo di riconciliazione tra uomo e natura di cui parlano in questo volume G. Giusto e A. Narracci.


Mi accorgo di non aver citato esplicitamente diversi argomenti e autori che pure avevo ben presenti nel comporre questa breve recensione, ma ho voluto dar voce alle mie impressioni soffermandomi solo su alcuni punti di una visione d’insieme che ritengo sia l’anima di questo libro per stimolare una riflessione su cui spero avremo modo di dialogare insieme a colleghi ed amici.