Musica

La musica ti salva la vita

Pasquale Pisseri
17 Febbraio 2016
3 commenti
La musica ti salva la vita

Commento all’articolo apparso su La Repubblica il 16/02/2016

Per i professionisti della salute mentale non è certo una novità il potenziale terapeutico della musica: basta scorrere la copiosa bibliografia sulla musicoterapia, nella quale non mi pare il caso di addentrarmi in questa sede. Preferisco chiedermi quale possa essere la specificità di questo potenziale, al di là degli aspetti aspecifici che condivide con le più svariate tecniche terapeutiche su base relazionale: condivisione di esperienze ed eventualmente di compiti, esperienze di ascolto, di accoglienza, di affidamento, fiducia nell’aiuto, espressione di vissuti significativi in un ambito capace di contenimento, aumentata consapevolezza di sé…

Un dato di fatto – in contesto terapeutico o meno – è la capacità del messaggio musicale di risuonare – letteralmente e metaforicamente – dentro di noi, di risvegliarci dentro delle cose in modo forse più pregnante che ogni altra arte. Forte e privilegiato il rapporto con le emozioni, con le passioni, con l’erotismo, con l’esperienza religiosa. Un motivo di discoteca, una Passione di Bach, una canzone napoletana attivano emozioni diverse e tuttavia parimenti intense: ma ognuno di questi pezzi ha bisogno del proprio contesto adeguato e di un fruitore specificamente disponibile.
La musica ha potuto esser considerata la rivelazione all’uomo di una realtà privilegiata e divina, nella forma della conoscenza o del sentimento: fonte di esperienze tanto intense da poter divenire pericolose. I miti di Orfeo e delle Sirene ce la presentano come onnipotente, affascinante, salvifica o al contrario temibile: se ne può fruire ma è necessario saperci fare i conti.
Perché questo? Credo che la particolare forza del pezzo musicale nasca dal suo collocarsi e fluire nel tempo, certo non solo quello dell’orologio: tempo della coscienza, tempo vissuto anche nel senso di Bergson. La musica è, come la coscienza, un flusso di contenuti e temi che compaiono e svaniscono, in una presenza che si fa immediatamente passato: a un tempo incombente e inafferrabile. Questo aspetto di mutevolezza spesso mal prevedibile può esser radicale al punto di essere inquietante come in certa musica contemporanea; oppure moderato dal ritorno di un tema dominante quando non di un vero e proprio rassicurante ritornello.
In ogni caso la musica non lascia, come fanno le arti figurative, che l’esteriorizzazione di un contenuto mentale ricco di affetti e tecnicamente elaborato sia libera di svilupparsi per se stessa e di consolidarsi arrivando a un’esistenza per sé stante; al contrario, supera l’oggettivazione esterna e non s’immobilizza in essa fino a farne qualcosa di esteriore che abbia esistenza indipendentemente da noi. Lo aveva fatto notare Schopenhauer; certo, se ciò era indiscutibilmente vero ai suoi tempi, poiché ogni brano musicale andava ogni volta riprodotto e interpretato, richiedendo sempre l‘intervento di una rinnovata sensibilità umana, è forse meno vero oggi con la disponibilità di molteplici mezzi di registrazione e riproduzione meccanica. Questa è, però, una riproduzione molto meno affascinante, un po’ di seconda categoria, e pertanto non è sufficiente a considerare sorpassata la riflessione di Schopenhauer.
L’altra metà del discorso, correlata con questa, è lo stretto rapporto con il concetto di armonia, e dunque anche con la matematica: fin dai tempi di Pitagora si era scoperto che le diverse consonanze sonore corrispondevano a diverse misurabili frequenze di vibrazioni. Pare dunque che la scuola pitagorica abbia saputo collegare ambiti così apparentemente lontani come musica e matematica. Partendo anche da ciò Platone ha fondato la sua impostazione teorica, invitando a superare l’esperienza sensibile – in questo caso il mero ascolto del suono – per giungere a coglierne il fondamento numerico con l’intelletto: per lui, sola vera forma di conoscenza. Si era giunti, su questa strada, addirittura al concetto di “musica delle sfere”: si è ritenuto che i corpi celesti nei loro movimenti così regolari esprimessero un’armonia che non poteva non essere vera musica, pur non percepibile a orecchio umano. Galileo riprenderà parzialmente il discorso molti secoli dopo: i numeri sono l’alfabeto con cui Dio ha scritto l’universo.
La riflessione su questi aspetti ci induce a riconoscere che non per caso la musica può avere azione curativa. Forse il lavoro del compositore ha qualche punto di contatto con quello di noi psi: persegue un equilibrio e di un ordine nel rispetto ed espressione dei liberi e vivi affetti e scelte personali.



3 risposte.

  1. Federica Olivieri ha detto:

    «Penso che il fine della canzone sia quello, se non proprio di insegnare, almeno di indicare le strade da seguire, dei codici di comportamento, ed è l’unico motivo che mi fa pensare che questo possa essere anche un mestiere serio».
    F. De André

    De André con le sue canzoni ha dato voce al dolore di chi non sapeva farsi ascoltare; chi soffre di un disagio emotivo può essere guidato a identificarsi nei suoi personaggi.
    Lo psicoterapeuta Gabriele Catania utilizza il canzoniere del cantautore genovese per aiutare i suoi pazienti a superare le difficoltà interiori e relazionali.
    La musica ha da sempre avuto delle trasformazioni in quanto specchio della società, fornisce informazioni sull’uomo e sul suo pensiero. Per i giovani, ad esempio, ricopre una funzione cardine nelle relazioni che si instaurano fra il sé e gli altri.

  2. Claudio Bocchi ha detto:

    Operando da diversi anni con i ragazzi delle Comunità ho avuto modo di osservare come la musica, e in particolare la canzone, rappresenti un’esperienza meravigliosamente feconda e utile.
    Cantando, il paziente ha l’occasione (e qui l’operatore deve porsi come affettuoso, fiducioso e rassicurante facilitatore) di dispiegare un racconto emotivo vissuto nel qui ed ora del “tempo fermo” della canzone, testimoniando con il suo peculiare stile espressivo (terreno questo facente parte dello specifico delle Artiterapie) modalità e senso del proprio vivere, testimonianza preziosa in quanto non filtrata dal pensiero logico razionale.
    Questa “apertura”, (che va accolta dal conduttore, che si pone come “primo ascoltatore”) crea un setting in cui a turno si ascolta si è ascoltati, in cui si gioca a turno il ruolo del protagonista attivo e del protagonista passivo, in cui si è stimolati a dare e a ricevere.
    Ancora: la canzone permette al paziente di esprimere le proprie emozioni attuali, mentre la scelta del repertorio rivela aspetti della storia culturale, affettiva e relazionale della persona.
    Un altro grande vantaggio dell’utilizzo di questa forma di espressione è che si tratta di un’esperienza potentemente coinvolgente, ma contenuta in confini temporali precisi.
    Una canzone ha un inizio, uno svolgimento ed una fine, stimola il cantante a sperimentare variazioni energetiche che possono condurre ad una catarsi tramite dinamiche tenso/distensionali (strofe/ritornello, tensioni e risoluzioni armoniche), contiene elementi ritmici ed elementi armonico/melodici, afferenti, come ormai le capacità di indagine del neuroimaging hanno ampiamente assodato ad aree diverse del cervello, stimolandone l’interconnessione.
    Incontro e racconto, questo è la canzone.
    Momento in cui il narratore/cantante si trasfigura e tutto, nella libertà assoluta del recitar cantando che è la canzone, diventa possibile.

  3. Roberta Anotonello ha detto:

    Da due anni guardo dall’esterno, dalla porta aperta dello studio dove
    si svolge, un gruppo di musicoterapia, meglio dire ascolto, sento, sono
    testimone, mi emoziono, stupisco. Sono due ore che mi hanno fatto
    rimpiangere l’aver chiuso o aver creduto di avere chiuso questo canale
    finendo a riflettere su quanto il privilegiare il verbale mi impediva di
    percepire sensazioni. Di un mio pregiudizio su una mia incapacità.
    Penso veramente che quando per caso il dott. Manarolo mi ha mandato due
    suoi tirocinanti mi ha fatto scoprire l’America (per non parlare di
    quello che ha fatto al gruppo di ‘psicotici’ ).

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