Malattia

Comunità terapeutica, oltre la patologia… scopri l’adolescente

Redazione
25 Marzo 2014
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Comunità terapeutica, oltre la patologia… scopri l’adolescente

Comunità terapeutica, oltre la patologia… scopri l’adolescente

Francesca Erba, Alessandro Gavarini

Definire la comunità terapeutica per adolescenti non appare compito facile, lo potrebbe diventare se assumessimo come valida una qualsiasi definizione da manuale: risulterebbe però altamente riduttivo, non spiegherebbe e non coglierebbe la straordinaria complessità e specificità di ogni struttura, la forza vitale, la solidarietà umana ed i sentimenti positivi e negativi che un luogo del genere è in grado si sprigionare.

Una definizione interessante e completa di comunità, che racchiude i valori fondanti propri di ogni realtà che operi a favore dei minori, ci è data da un autore che non ha diretta famigliarità con la psichiatria ma bensì con la sociologia, Zygmunt Bauman, “La parola comunità emana una sensazione piacevole, qualunque cosa tale termine possa significare. Vivere in comunità, far parte di una comunità è qualcosa di buono, la comunità, questa è la nostra sensazione, è un luogo caldo, intimo e confortevole… in comunità possiamo contare sulla benevolenza di tutti, se incespichiamo o cadiamo gli altri ci aiuteranno a risollevarci… nei momenti di tristezza ci sarà sempre qualcuno pronto a tenerci per mano… in breve aiutarci reciprocamente è un nostro puro e semplice dovere, così come è un nostro puro e semplice diritto aspettarci che l’aiuto richiesto non mancherà”. Ciò che si evince dal contributo e dalla riflessione dell’autore è’ l’idea di un luogo relazionale che metta in connessione il singolo con un tessuto sociale più ampio, che transiti il soggetto da una condizione di  solitudine e marginalità alla condivisione e all’inclusione sociale. In questa riflessione intorno al termine COMUNITÀ, ritroviamo alcuni elementi cardine dell’agire professionale nella nostra struttura terapeutica:

•    La comunità, intesa come realtà fisica e relazionale, come luogo di incontro, come casa, come luogo di vita, come dimora temporanea, diviene un luogo di RELAZIONE, è l’ambito privilegiato in cui l’adulto, educatore, ed il minore, educando, incrociano i propri destini e condividono esperienze di vita. L’intenzionalità pedagogica è una caratteristica fondante della relazione educativa, nulla viene lasciato al caso. Attraverso essa, l’attività educativa si prefigge obbiettivi precisi, non è evento improvvisato, è ciò che permette di attivarsi con la consapevolezza di ciò che si sta agendo e dei motivi per i quali si crea una relazione.
•    La comunità è luogo dove la pratica EDUCATIVA, unita a quella più finemente TERAPEUTICA, danno vita a risposte mai omologate ma calate sulla individualità di ogni soggetto che merita e necessita di un attenzione privilegiata, di un agire non predefinito ma sempre in cambiamento e in divenire. Il progetto educativo è un elemento importantissimo che si realizza attraverso una vicinanza fisica ed emotiva tra educatore ed educando, l’azione diventa scoperta, apprendimento, conquista, ma anche rielaborazione e passaggio di conoscenza tra loro. L’agire educativo nel progetto significa anche temporeggiare, ridefinire, concedere la possibilità di soffermarsi su un obiettivo particolarmente ostico. La sfida dell’educatore sta anche nella capacità di rimettere in gioco il minore, pensando e realizzando obiettivi che in quel momento risultano più consoni e rispondenti ai bisogni del ragazzo.
•    La comunità realizza appieno il concetto di  CAMBIAMENTO, di aiuto affinché il soggetto rientri nel proprio contesto di appartenenza come cittadino fruitore di diritti e doveri. Il minore viene allontanato da un contesto familiare in cui farà ritorno in un futuro. Fondamentale risulta il lavoro con le famiglie d’origine, in un’ottica di puntuale  confronto e con la capacità da parte della comunità di impostare un dialogo costruttivo e non distruttivo, riuscendo a realizzare l’idea di una relazione che arricchisca entrambe le parti vicendevolmente.
•    La comunità supera il concetto unicamente ascrivibile ad un luogo fisico, è un LABORATORIO di pratiche innovative in cui si incontrano, e partono per un viaggio ideale, un adulto ed un minore. Spesso non si sa quanto possa durare questo cammino, si ipotizza fino al raggiungimento della vetta, dell’obiettivo finale; a volte intervengono situazioni impreviste che creano una rottura irrimediabile del percorso, condizione che va sempre risignificata al minore, all’équipe professionale ed al gruppo degli ospiti.  
•    La comunità diviene uno straordinario luogo di contaminazioni di esperienze, di assunzione di responsabilità condivisa, di trasmissione di vissuti, di pensieri, di scambi e di affetti condivisi, in una continua oscillazione tra l’utilizzo di un SÉ PROFESSIONALE E un SÉ PERSONALE. Qual è la giusta dimensione tra l’essere se stesso nella relazione con il minore e l’assumere un atteggiamento di maggiore distanza emotiva? Si è osservato come nelle comunità educative questa differenziazione venga spesso annullata, le stesse famiglie degli operatori diventano risorse interne alla comunità in particolare per attività ludiche e ricreative, spesso fungono anche da nuclei di sostegno per quei minori che necessitino di realtà affettive al di fuori del proprio contesto famigliare. Per prassi, tutela e storia, le comunità terapeutiche sono ancora molto lontane da una visione così partecipativa ed aperta. Ciò che però emerge chiaramente nella nostra esperienza è che i nostri minori sottolineano la necessità di “percepire” una maggiore genuinità, affettività ed apertura emotiva da parte degli operatori, chiedono la vicinanza di persone, non di professionisti, chiedono di essere considerati adolescenti in difficoltà, non “casi clinici”.

La complessità del lavoro di una comunità terapeutica sta nel mettere in connessione la parte educativa e la parte che la denota e la caratterizza maggiormente, quella clinica. Quanto di terapeutico e quanto di educativo stanno o dovrebbero stare alla base di una struttura specialistica? Questo è il quesito che la comunità La Tuga 3 ha sentito il bisogno di indagare, affrontare, perseguire, in un’ottica di continua crescita e cambiamento, con il fine unico di concretizzare e realizzare il benessere dei propri ragazzi. La scelta della struttura è stata quella di offrire ai minori la cura e l’attenzione proprie di una normale comunità educativa e di sviluppare un ulteriore livello di aiuto offerto dai professionisti propri di una terapeutica. Come poter concretizzare tutto questo? Come rendere fattibile un cammino condiviso tra un minore ferito e sfiduciato e professionisti con differenti livelli di competenza che utilizzano il proprio sapere, la propria preparazione teorica, la propria unicità, la propria personalità per far emergere quanto di buono e positivo vi sia in quel piccolo uomo? Assumere prassi standardizzate e predefinite avrebbe sicuramente reso il lavoro di ogni singolo operatore più semplice e tutelante, a qualsiasi livello ed ordine di responsabilità. Ma questo sarebbe stato in contrasto con la mission della struttura, con l’idea di superare l’omologazione data da un inquadramento diagnostico e riuscire invece a delineare caratteristiche e peculiarità di ogni soggetto ospite. Si è preferito dunque assumere un atteggiamento di forte critica costruttiva, di ricostruzione dall’interno, di azioni sperimentali piuttosto che assumere e fare propria l’applicazione di buone prassi non rispondenti ai reali bisogni dei ragazzi. Dall’esperienza quotidiana, dalle problematiche emerse nella gestione dei minori, dalle modalità di rapporto con i servizi specialistici e sociali è nata l’idea nonché l’esigenza di un’applicazione di un nuovo modello di lavoro educativo e terapeutico che basa la propria peculiarità sulla RELAZIONE a tutti i livelli di intervento.

Dall’inserimento alla concretizzazione del progetto educativo, la relazione come filo conduttore di una storia condivisa

Quando un minore giunge in comunità è reduce da un traumatico distacco da tutto ciò che ha costituito fino a quel momento un mondo di certezze ed una conoscenza di sé. L’operatore, indipendentemente dal nome della patologia che interessa il minore, incontra un giovane che sperimenta in se stesso un disagio che si ascrive nel male di vivere, nella difficoltà di trovare o ritrovare se stesso ed una giusta collocazione in un mondo che non l’ha compreso, non l’ha gestito, e non è stato in grado di accompagnarlo in un momento di estrema difficoltà. Il minore è disilluso, ferito, spaventato, le persone per lui più significative abdicano al proprio ruolo affettivo e di cura e lo consegnano a dei professionisti, che in realtà altro non sono che meri estranei. Lo sradicamento da un luogo di vita conosciuto genera un dolore insopportabile che emerge attraverso il pianto, la rabbia, la chiusura, la volontà di distruggere se stessi e ciò che li circonda. Le parole che un minore esprime nel momento dell’accoglienza in struttura sono tese a rappresentare se stesso come un soggetto inavvicinabile, sofferente, non meritevole di cure, di attenzioni di affetto. Il minore spaventa perché è spaventato, allontana perché si sente allontanato, evita l’incontro con il medico, sbatte la porta in faccia all’educatore, lo caccia dalla propria stanza nella intima speranza che gli adulti riaprano quella porta, che entrino in comunicazione con lui, che non temano quanto di negativo sta mostrando. L’educatore raccoglie quanto di distruttivo il minore esprime senza mostrarsi ferito, impotente o semplicemente spiazzato. Nel sentirsi accolto anche nelle sue parti più negative e cattive, il minore percepisce interesse nei propri confronti, sente quel luogo meno anonimo ed indifferente, inizia a porre le basi per poter realizzare un progetto, inizia a percepire una relazione… Ma quali sono le finalità di questo legame? Perché svilupparlo in comunità?
Osservando i minori ospiti della struttura è emerso che non via sia terapia che esaustivamente possa riempire un vuoto affettivo, lenire un dolore tra lo stomaco ed il cuore, allontanare la disperazione di sentirsi solo in un luogo che non ha significato alcuno… L’unico antidoto alla sofferenza è il calore umano che si sprigiona dalla relazione. Un calore tiepido, non caldissimo, che spetta all’operatore generare e rigenerare ogni giorno, anche quando le aspettative vengono disattese e ogni piccola conquista sembra sfociare in un fallimento. L’operatore aspetta pazientemente che quella relazione, giocata nella quotidianità, nei semplici gesti di attenzione e cura, possa far sorgere la fiducia necessaria a permettere al minore di sperimentarsi, di far uscire il dolore attraverso le parole, di dare un nome ed un senso a questo strazio, di ripartire, di condividere obiettivi, di riuscire a realizzarli. In tutto questo l’operatore pone con creatività, all’interno della reciproca conoscenza e del neonato legame affettivo, regole di comunità, regole personali, concessioni, aperture, chiusure e soprattutto fiducia.
La fiducia permette di osservare il minore con occhio meno dubbioso, di fargli  percepire che si cede parte del controllo sui suoi agiti ed azioni, che sì è pronti ad una condivisione di intenzioni e responsabilità, che siamo proiettati su una linea temporale perché con la fiducia apro nuove strade, cedo spazi da oggi ad un tempo futuro. Quando, come, perché dare fiducia si traduce a volte in un passo necessario per non rischiare di perdere il minore, di allontanarlo irrimediabilmente da noi. Il minore si aspetta fiducia, chiede fiducia, concederla in un momento non particolarmente idoneo serve per stupirlo, per farlo ripartire. Non esiste un tempo predefinito dopo il quale dare fiducia, a volte è un reale salto nel vuoto, è una concessione con un grande punto di domanda che può aprire nuovi varchi e nuove strade, che mette alla prova, che misura.

Le comunità, educative e terapeutiche hanno molto in comune, ciò che maggiormente le unisce è la costruzione di legami, costituiti attraverso la speranza che l’educatore trasmette al minore, speranza di tessere una trama, di creare una nuova rete di appartenenza che possa sostituire temporaneamente quella famigliare. E la rete che i nostri minori imparano a creare ha maglie sufficientemente larghe per non restare imprigionati in essa, e per poterne uscire nel momento in cui fosse raggiunta la vetta, fosse raggiunto l’obiettivo finale. La comunità per minori è sempre un cammino temporaneo, la qualità dell’azione educativa e terapeutica è più elevata quanto più strumenti vengono offerti al minore per reinserirsi nel contesto sociale e nel proprio contesto d’origine, e quanto più la RELAZIONE risulta reale e significativa.



Una risposta.

  1. FELICE ALESSANDRO SPATA ha detto:

    Che l’op sia educatore,psicologo o psichiatra,poco importa.Ciò che conta è la questione“Educazione”.È terapeutica l’Educazione?Esiste una“Clinica dell’Educazione”?Uno dei più gravi ostacoli agli sforzi di aiutare i minori in difficoltà è la loro ostilità;una buona parte di loro ha vissuto la rigorosità della punizione,la riprovazione ed il rifiuto.Questo risentimento si accompagna ad una“fantasia”neanche tanto velata di vendetta verso quegli adulti astiosi contro i quali spesso sono costretti a sostenere una lotta impari:essi sono impotenti di fronte alle prevaricazioni degli adulti qualunque sia la propria parte di responsabilità nel provocare l’avversione.Il minorenne si trova abitualmente in situazioni in cui è preda di una collera impotente che poi spesso si dirige contro chi è desideroso di aiutarlo.A questa risposta astiosa si oppone il tentativo dell’op.di comprendere le ferite che giacciono nascoste sotto quell’espressione di rancore.A tale scopo la presa in carico della fragilità,il contatto empatico,l’ascolto attento e benevolo sono condizioni che esaltano il valore dell’Altro ma non sono condizioni sufficienti per connotare come“educativa-terapeutica”una relazione soprattutto quando questa è per sua natura asimmetrica se non altro per la differenza di età che separa i minori dagli op.La fragilità non viene meno nella relazione neanche con i migliori propositi psicoeducativi e sociali.Il minore in difficoltà vive un’esperienza di profondo bisogno.Una sensazione sgradevole soprattutto se per uscire da questa condizione deve affidarsi a quel mondo adulto che gli è stato ostile per tanti motivi e/o dal quale si è sentito tradito.Lo stato di bisogno poi rivela le sue carenze e debolezze.E per un adolescente orgoglioso e ferito deve risultare inaccettabile mostrare la propria impotenza se è convinto oltretutto che la propria fragilità lo esponga all’arbitrio altrui.La vicinanza dell’Altro allora rischia di esasperare il risentimento del minore che assume un atteggiamento controdipendente,tipico di chi per mascherare un profondo senso di debolezza pensa di allontanarsi dall’Altro “annientandolo”.Il principio dell’azione educativa dell’educatore(o terapeuta),non si risolve nella cura delle esperienze di passività dell’educando ma ha come fine l’azione,l’attività dell’educando.Se è vero che la relazione“educativa”come quella psicoterapica è una relazione di apprendimento,allora occorre un tipo di apprendimento che disinneschi l’ostilità del minore.Per disinnescare l’ostilità il minore deve potersi pensare libero all’interno del vincolo di una relazione.Il minore afferma la propria autonomia districandosi tra gli obblighi di un potere che per sua natura in qualche modo è pur sempre condizionante e controllante.Il minore apprende che non ha bisogno di annientare la relazione che lo lega all’Altro:egli apprende che la relazione si può modificare rimanendo all’interno di essa.In tal modo si comincia a correggere il suo schema abituale di“vivere”la relazione intesa come un momento di sopraffazione e fallimento.Ne deriva che il rapporto fra educatore-istituzione ed educando non può basarsi sul dominio o sul timore reverenziale o sulla devozione.Sul piano relazionale è necessario,un reciproco riconoscimento(Hegel):non è l’intenzione o la volontà educativa che fa“l’educatore”;è il minore che“conferisce”il ruolo di“educatore”a colui al quale riconosce competenza e per il quale nutre stima.Non si apprende l’obbedienza che non è una virtù,ma si apprende a non aver paura,la lealtà,la determinazione,il valore,il rispetto;si apprende a sfuggire all’infamia dell’etichettamento.La comunità non deve essere omologazione che è una forma di alienazione da se stessi perché quando c’è scaturisce dalla paura di essere rifiutati,biasimati,puniti.L’educazione è un darsi,un dirsi a vicenda,un modo di stare al mondo.Non dimentichiamo che la comunità per il minore non è uno dei mondi possibili ma l’unico in quel momento particolare della sua vita.Certo,reciproco riconoscimento,autonomia nella diversità non vogliono dire eguaglianza.L’educatore deve porre alcuni limiti al minore,non può annullarsi e concedere di essere del tutto controllato,perché smetterebbe di essere un Altro “essenziale”per il minore.Egli sarebbe annientato,e non solo in fantasia.Dunque,le regole non vanno escluse ma non possono essere imposte:attraverso le regole si apprende a convivere civilmente ma esse non hanno a che fare con l’educazione che si avvale della libertà come strumento principale.Ci sono alcune norme tecniche come ad esempio il minore può uscire soltanto accompagnato che non sono educative in sé,ma rischiano di diventare antieducative se sono vissute come una minaccia,una coercizione,una prepotenza.Parafrasando Eschilo diremmo che il minore deve“soffrire(un po’)per comprendere,per apprendere”. E la responsabilità dell’educatore bella e terribile è profondamente etica.Questa è l’Educazione che cura.Questa è la Clinica dell’educazione.

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