Commento all'articolo apparso su La Repubblica, il 7 giugno 2018

Che educati gli animali quando parlano fra loro 

La Redazione

Viene descritta una sorta di norma che regola le comunicazioni di molte specie di animali ben diverse fra loro, dagli insetti fino ai bonobo: quando un individuo emette un segnale, l’altro aspetta che abbia finito di “parlare” prima di intervenire a sua volta; e la pausa di rispetto ha una durata ben definita, specie per specie.   

 

Ma qual è il senso di questa pausa?

Può aiutarci a capire qualcosa di più sulla comunicazione umana?   

Può aiutarci a impostare il problema il tornare un momento a Freud che si è occupato di passaggio di questo aspetto della comunicazione, citando Trotter autore di un testo sulla pulsione gregaria: la lingua è idonea al reciproco intendersi entro il gregge, e su essa poggia la vicendevole identificazione dei singoli.

Partendo da ciò, si potrebbero  distinguere due ambiti della comunicazione verbale ( e non verbale): quella delle notizie di utilità operativa relative all’ambiente e quelle relative al parlante (o comunque autore del messaggio): questi segnala la propria presenza e dice chi è, a volte per favorire l’incontro e a volte, assertivamente, per tenere a bada l’interlocutore e magari sottometterlo.

E’ questo aspetto che prevale nei talk show, spesso molto poveri di contenuto informativo: sono uno scontro in cui si utilizzano armi come l’interrompere, l’alzar la voce, il sarcasmo, il finto compatimento espresso scrollando la testa... 

Tornando al paragone con gli animali, questo comportamento intimidatorio può non essere molto diverso dall’abbaiare di due cani o dal ruggire di due leoni maschi pronti ad azzannarsi. Ma il più delle volte (non sempre!)  noi umani non arriviamo a tanto.        

L’articolo è dunque interessante perché ci induce a riflettere su somiglianze e differenze fra noi a gli (altri) animali, e la applicabilità ad essi di categorie tradizionalmente a noi riservate. Aspettare, prima di intervenire, che l’altro abbia finito di esprimersi può esser definito un comportamento animale rientrante nell’Etica, intesa  (riduttivamente)  come sistema di norme che favoriscono la convivenza? Una sorta di.  contract social? 

Di fatto, l’etologo olandese Frans De Waal nel suo “naturalmente buoni” ci descrive una serie di comportamenti animali assai vicini a quelli che nell’uomo definiamo etici: solidarietà,soccorso reciproco, collaborazione a un fine, condivisione di beni.

Certo, possono avere un fine pratico e contribuire alla sopravvivenza della specie: ma non si può dire lo stesso anche per tanti comportamenti  umani dello stesso tipo, che definiamo etici?Facile, ma troppo scontata, la risposta: gli animali agiscono così per istinto innato, per modelli di comportamento iscritti nel loro DNA. Ma questa visione è messa in crisi, da un lato dagli studi di epigenetica che sfumano il confine fra congenito e acquisito; e dall’altro, da esperimenti classici come quelli di Lorenz dimostranti che tanti comportamenti animali sono acquisiti per imitazione e per qualcosa che potremmo anche definire educazione.     

Secondo  De Waal, per molto tempo abbiamo considerati gli animali come automi, seguendo il classico concetto cartesiano.

Li abbiamo ritenuti incapaci di volere, intendere, provare, pensare: soltanto di comportarsi.

Abbiamo ritenuto erroneo applicare loro il concetto di “coscienza”, qualunque cosa esso significhi; e tanto meno quello di “anima”, ancor più problematico e sfuggente. Ma è proprio così?

O questa opinione è frutto di un meccanismo scissionale,  della volontà di accentuare le reali differenze esistenti, trasformandole da quantitative in qualitative?

Dimenticando che la differenza fra noi e lo scimpanzé è molto minore di quella fra lo scimpanzé e la medusa?

Naturalmente è presente il rischio opposto, l’antropomorfismo ingenuo della anziana signora sola che parla col proprio cagnolino come fosse un nipotino …    

Infine, il discorso stimola una riflessione  che riguarda più da vicino il mestiere di psichiatra: può capitare che un nostro intervento – beninteso verbale - frettoloso e prematuro sia una sorta di interruzione, perché non abbiamo aspettato che l’altro abbia davvero finito di parlare?

Può essere che abbia indebitamente abbreviato l’ascolto?

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