Quarantennale 180 

di Bruno Orsini

Il 10 maggio 1978 il Parlamento approvò la legge 180. Appena 24 ore prima in via Caetani a Roma era stato trovato il corpo di Aldo Moro, lo statista che era stato rapito il 16 marzo in Via Fani.

 

La fase finale dell’elaborazione della legge coincise quindi con i 56 angosciosi giorni del calvario di Moro.

Tutto ciò è ben presente alla mia affettività e alla mia memoria. Certo tale concomitanza   influì positivamente sul rapporto tra le maggiori forze politiche del tempo e quindi anche sul clima in cui si svolse la conclusiva elaborazione della legge. Ma sarebbe erroneo considerare la riforma psichiatrica come conseguente ad emergenze specifiche.

Essa, al contrario, costituì il punto di sbocco del lungo cammino di una cultura riformista che aveva per lustri elaborato le sue tesi, guadagnato i suoi spazi, combattuto le sue battaglie.

La 180 ha infatti radicalmente mutato la risposta della società italiana al problema della malattia mentale abrogando le misure manicomiali del 1904, rifiutandone la logica espulsiva e ghettizzante, affidando al nascente Servizio Sanitario Nazionale la tutela della salute mentale, inserendo la psichiatria nel tessuto sanitario del Paese da cui era stata sino ad allora esclusa.

L’impatto di tale riforma è stato straordinario.

La 180 è ancora oggi uno dei testi più noti della nostra storia legislativa, oggetto di dibattiti e di studi anche internazionali, punto di riferimento di quanti, nel mondo, affrontano il problema della deistituzionalizzazione psichiatrica.  

Nei promotori della legge era ben viva, in termini etici prima ancora che scientifici, la consapevolezza che lo stereotipo del “pazzo” inguaribile, che doveva essere segregato perché pericoloso, era diventato improponibile e che i malati di mente avevano il diritto di essere trattati come tutti gli altri malati.

Per questo aggregammo un largo consenso parlamentare sull’abrogazione della legge manicomiale del 1904.

Naturalmente ciò comportava una sfida: quella di sancire, programmare e gestire servizi alternativi capaci di tutelare la salute mentale con il necessario realismo e la dovuta efficacia.La decisione di includere tutti i presidi per la salute mentale nel Servizio Sanitario Nazionale fu la scelta di maggior rilievo.

Tale confluenza oggi può apparire ovvia, ma tale allora non fu. Infatti la psichiatria include dimensioni non solo sanitarie, allora  fortemente sottolineate da chi temeva  i rischi della sua “medicalizzazione”.Il pieno inserimento dei servizi psichiatrici nel Servizio Sanitario Nazionale è stato scelta giusta.

Essa, infatti, ha posto fine all’isolamento in cui la psichiatria italiana era confinata da oltre settant’anni e ha favorito il suo positivo rapporto con le altre discipline.

Comunque, il nodo della medicalizzazione, per le sue rilevanti implicazioni generali e per il suo rilievo pratico, riemerse duramente nell’iter legislativo della riforma specie sulla questione dei servizi psichiatrici di diagnosi e cura negli ospedali civili. Essi costituirono il vero punto di dissenso nella fase di elaborazione e di stesura della legge 180. Sul piano legislativo la mediazione fu trovata collegando, in forma dipartimentale, i servizi ospedalieri con quelli territoriali.

Tuttavia nella realtà del Paese, nei primi anni del dopo riforma, si verificarono ritardi ed inadeguatezze specie nel ricovero dei malati acuti, con negative reazioni della pubblica opinione.Ma, non solo per questo, l’applicazione della riforma sino ai primi anni 80 fu conflittuale e difficile. Ai problemi tecnici oggettivi (fragilità degli utenti, coinvolgimento delle famiglie, mobilità del personale, inadeguatezza delle risorse ) si aggiunsero radicalizzazioni culturali e politiche.

La legge 180, che poteva travalicare i suoi aspetti specifici e condurre ad opzioni alternative (tra  libertà e sicurezza, diritto alla soggettività e dovere di curare) divenne  terreno di contrapposizioni strumentali talvolta rozzamente aggressive. Tutto ciò diede luogo a innumerevoli iniziative parlamentari di revisione legislativa, nessuna delle quali ebbe successo.

Il quadro migliorò, poi, nel tempo per il diffuso radicamento dei servizi territoriali, per l’attenuarsi delle conflittualità strumentali e per il costituirsi di una residenzialità psichiatrica adeguatamente programmata. 

A quarant’anni dalla 180 credo si possa oggettivamente affermare che la legge, pur con ritardi ed errori, ha prodotto radicali e positive trasformazioni delle istituzioni psichiatriche italiane e delle condizioni di vita dei malati psichici, sostituendo alla logica della reclusione e della espulsione quella della cura e del reinserimento. I sofferenti psichici fruiscono oggi degli stessi diritti degli altri malati.

Mi sembra ci siano buone ragioni per ritenere che la nostra determinazione nel costruire una psichiatria senza manicomi abbia avuto successo.Oggi, certamente, siamo di fronte a nuovi bisogni e a nuove domande che investono anche l’ambito della salute mentale.

Basti pensare agli imponenti fenomeni migratori, al disadattamento giovanile, al crescente abuso di sostanze, ai disturbi alimentari, all’esplosione delle malattie psicodegenerative dell’età avanzata.Tutto ciò richiede riflessioni e orientamenti.

Credo sia illusorio affidare ai servizi di salute mentale l’onere esclusivo del contrasto a tutte le forme di emarginazione, abbandono, stigmatizzazione. Certo i servizi devono “farsi carico” della necessità che gli esclusi possano fruire dei diritti di cittadinanza, ma tale compito, essenziale e generalissimo, non può essere affidato esclusivamente ad essi. Si tratta infatti di compiti che esigono scelte politiche globali della società italiana e, in particolare, una correlazione tra interventi sanitari e interventi “sociali” cui i servizi per la salute mentale possono e debbono utilmente concorrere.

Per quanto concerne la ricorrente tentazione di revisioni involutive della 180, occorre rifiutare il ritorno ad una legislazione speciale sulle malattie mentali, che sarebbe di per sé discriminante, e soprattutto occorre respingere la  tentazione di sovrapporre il concetto di pericolosità a quello di malattia mentale. La tutela della sicurezza pubblica conosce infatti strumenti operativi efficaci applicabili a tutti i cittadini siano o no malati di mente ed esige grande attenzione nell’evitare l’uso politico della psichiatria.

Il quarantennio della 180 ha costituito occasione di innumerevoli incontri, da cui è emerso che la riforma psichiatrica ha affidato ai nostri servizi nuovi ruoli e ben difficili compiti.Infatti l’ampiezza del mandato (“promuovere la salute mentale” ), la globalità dell’utenza ( “tutti”), l’estensione dei compiti (“sanitari e sociali”), la poliprofessionalità degli operatori, la variabilità dei contesti ambientali non solo consentono, ma impongono ai dipartimenti di salute mentale creatività, flessibilità, soggettività.

Essi operano in un contesto in cui le certezze scientifiche sulla natura, sullo sviluppo e sulla cura della sofferenza psichica e delle malattie mentali sono state sostituite da una pluralità di approcci teorico-pratici che convivono fecondamente.

Esiste quindi, da un lato, l’esigenza che i servizi siano aperti e liberi, attraversati da diversi saperi, ma esiste anche la necessità che essi dispongano di uno stile e di un metodo capaci di configurare un denominatore comune, di contenere eventuali iniziative paradossali e non programmate e, insieme, sappiano dare spazio a progettualità innovative ed originali.

Ancora una volta per i nostri servizi di salute mentale il trinomio psicopatologia, devianza, soggettività significa compresenza dinamica di realtà diverse che vanno curate, comprese, gestite.L’ampiezza dei loro compiti apre quindi ai dipartimenti di salute mentale un largo spettro di opzioni, progetti, azioni, relazioni che possono andare anche, come si è detto, “oltre la psichiatria”.

In un loro contributo Ferranini e Ferro ci hanno ricordato che un modo, forse utopico e paradossale, di andare oltre la psichiatria è quello di “stare nella pancia della balena come Pinocchio”.

Forse hanno ragione, ma è bene che tutti insieme, non per rifiutare la sfida, ma per valutare i nostri ruoli, le nostre forze, i nostri limiti, ci ricordiamo che Pinocchio è piccolo e la balena è grande.

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