Seminario Internazionale, Pavia 30 novembre - 01 dicembre 2018

La quotidianità del male

di Laura Regazzoni

Cos’è il Male? Se ne può parlare? Il Male è ciò di cui non sappiamo cosa dire e ciò che in teoria non dovrebbe esserci.

L’essere umano, per sua natura e per la sua sopravvivenza, sente la necessità d isopraffare l’altro, affermando se stesso e la propria volontà.

In un’epoca in cui qualcosa sta succedendo senza comprendere fino in fondo di cosa si tratta e in un’epoca che è attraversata da molte inquietudini, l’uomo avverte il bisogno di un riconoscimento del proprio Io sia per Se’ sia per distinguersi dall’Altro e lo soddisfa anche attraverso l’abolizione e il disconoscimento di un'alterità intesa come elemento significativo delle vita.

Hannah Arendt nel saggio La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963) volle sottolineare come in un regime criminoso (totalitario in questo caso) in cui è difficile distinguere il vero crimine, si assiste ad un'eclissi del pensiero dell’uomo il quale attraversato e pervaso da un bisogno identificatario tende ad assottigliare il dialogo con l’alterità portandolo ad essere poco consapevole e molto più manipolabile.

Questa lontananza dalla vera realtà e la mancanza di idee sono il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria, che tende ad allontanare l'uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina.

Nel pensiero della Arendt per un essere umano è male l'essere uninconsapevole volontario, il braccio intenzionalmente inconsapevole di qualcun altro ed è qualcosa di estremamente comune e banale, che il potere può organizzare e utilizzare in moltissime maniere.

In questo pensiero emerge il Gruppo inteso come strumento importante ed essenziale dove al suo interno convergono tendenzialmente nelle figura del Capo le proiezioni personali dei singoli individui.

In questo seminario si è sentito parlare del Male nelle sue vicissitudini e nelle sue declinazioni e in ambitimolto diversi però molto caratteristici: l’infanzia, in cui diventano fondamentali il ruolo della famiglia e della scuola intese come prime due agenzie formative del soggetto; l’adolescenza come luogo in cui si rimette ingioco tutto e si possono ridirezionare destini; e ancora l’adolescenza intesa come età dello smarrimento; i luoghi dell’esclusione e della segregazione; i luoghi di recupero (carceri e scuole) e i luoghi di cura (come le comunità).

È stata l’occasione per ascoltare delle testimonianze dirette e personali da parte dei vari relatori sulla base di vissuti e di esperienze.

Citerei, fra le cose che sono state menzionate, tutte quelle cose che fanno male e di queste quelle che impediscono di sentire il male ossia c’è una categoria di malfunzionamenti nella società, nei gruppi e negli individui che è particolarmente distruttiva che tende a perdere o a far perdere la capacità di riuscire a distinguere quello che è male da quello che è bene ed è buono.

Se ne è parlato anche a proposito dell’Ecologia, dei falsi miti, degli allettamenti di tutte le chimere narcisistiche nelle quali la società attuale irretisce i giovani, delle situazioni nelle quali si negano gli aspetti mortiferi e questo è uno dei fondamenti della perversione ossia il negare gli aspetti distruttivi e mortiferi ammantandoli di valorizzazione narcisistica e incoraggiando con maestria riguardo il loro maneggio.

Si è ridata forza alla fiducia nella presenza di adulti che occupandosi di bambini, giovani e altri adulti sembrano aver fatta propria quella funzione generativa di cui Erik Erikson parlava, quella come la più evoluta nello sviluppo maturativo degli esseri umani, cioè la capacità del prendersi cura delle generazioni successive.

E’ importante che l’umanità riconosca i propri limiti e che non persegui megalomanie di espansione portando stragi e guerre.

L’istinto di Vita potrebbe indurre, nonostante tutto, l’umanità sia a livello planetario (per quanto riguarda l’ecologia) sia a livello internazionale (per quanto riguarda l’estensione) sia a livello degli strati sociali sia a livello di generazioni sia a livello delle famiglie sia a livello del singolo individuo a distinguere il Male dal Bene e a perseguire quest’ultimo.

La psicoanalisi che si occupa di individuare e contenere e se possibile combattere il Male e ciò che è morfifero, oltre a trattare lo sviluppo interno dell’essere umano, ha l’ambizione di fornire anche alcune risonanze in contesti più generali ossia alcune onde di riflessione più ampie che sono assumibili anche asettori sociali, culturali e politici… in questo senso negli ultimi anni si è assistito ad un progresso interculturale in cui in molte sedi il confronto permette di estendere ed integrare processi analitici con fenomeni di molte altre realtà.

Fondamentale porre l’attenzione sull’importanza di non smarrire il nostro sguardo, la nostra pietas e la tenerezza che guida il nostro ascolto soprattutto quando ci si occupa di minori che commettono reati poiché è bene ricordarsi che il reato e la persona sono due aspetti diversi e non vanno mai confusi.

Come si potrebbe contrastare il Male nel singolo individuo?

Costruendo in lui la Bontà attraverso azioni mirate, raccontandogli storie vere e significative e facendogliele vivere, rendendo la sua sofferenza meno muta e meno solitaria; ciò che diventa salvifico per il destino/rotta del singolo dipende dalla QUALITA’ dell’incontro.

Concludo con una frase di Jim Morrison che faccio mia, ragionata qualche anno fa, ma sempre molto significativa e attuale: “In questo mondo di Guerre e Violenza anche i fiori piangono e noi continuiamo a credere che sia rugiada”.

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