Commento all'articolo apparso su La Repubblica il 25 ottobre 2016

UN MONDO DI BUGIE

di Paola Buonsanti

 

“Se la menzogna, come la verità, avesse una sola faccia, saremmo in una condizione migliore. Di fatto, prenderemmo per vero il contrario di quello che dice il bugiardo. Ma il rovescio della verità ha centomila volti, è un campo infinito”.

                                                                 Michel de Montaigne

Un gruppo di ricercatori dell’ University College di Londra, ha rilevato che dire bugie genera un’iniziale sensazione di disagio che con il tempo, quando le bugie si ripetono, causerebbe una modificazione del nostro cervello, in particolare dell’amigdala centro delle emozioni. Quindi se inizialmente c’è una sensazione di disagio, successivamente il disagio scompare e ci si abitua a dire il falso.


L’amigdala, secondo questa ricerca, subirebbe delle modificazioni che portano ad una scarsa attivazione della stessa. In particolare, nella ricerca si è visto che un gruppo di persone iniziavano dalle piccole bugie e, al termine dell’esperimento si erano trasformati in veri disonesti.

 

Questo vale anche per l’infedeltà e il doping, si comincia con piccole azioni e poi scatta l’assuefazione. Lo stesso concetto di assuefazione potrebbe estendersi anche ai comportamenti a rischio che poi sfociano in violenza.

 

Salvatore Maria Aglioti, neurologo dell’Università La Sapienza di Roma, ha studiato a lungo la menzogna, ed ha evidenziato che la tendenza di chi mente è prima quella di cercare giustificazioni, poi per vincere il disagio emotivo si fa ricorso ai disimpegni morali e i più diffusi sono: così fan tutti, di quel denaro ne avevo bisogno, anche gli altri sono scorretti. In questo modo si finisce con il giustificare anche la violenza e i crimini razziali.


Aglioti parla di piano inclinato della disonestà che potrebbe essere risolto con l’aiuto della realtà virtuale poiché le prediche non servirebbero a nulla.

 

La Psicologia Sociale, ha dimostrato che le persone mentono sullo status socio-economico quando rispondono in fretta, e che le bugie si imparano tra il secondo e il terzo anno di età.

 

La bugia spesso è piccola o” bianca”, come viene chiamata dai neuropsicologi, a volte timida, detta per vergogna, a volte pietosa per nascondere una cruda verità, a volte obbligata per celare errori, un peccato veniale che si annida nel lobo frontale dell’emisfero destro del nostro cervello. Un’area già presente alla nascita, ma che ha bisogno di lunghi anni per raggiungere la maturità. Il bambino, infatti, è incapace di simulare.

 

Quelle che gli adulti etichettano come bugie infantili, sono il risultato di un’incompleta proprietà di linguaggio che li porta a rivelare, attraverso la fantasia, le loro paure, la voglia di attenzioni, la prova per misurare le reazioni dei grandi, la loro percezione inesatta della realtà.


Nell’adolescenza il ricorso alla menzogna può essere associato alla mancanza di fiducia in se stessi e può avere un carattere compensatorio nel gestire rapporti precari con i coetanei.


Solo dopo i 20 anni, la bugia è un vero elaborato consapevole del nostro cervello che la pianifica per un preciso fine. E’ ormai accertato che, a livello del lobo frontale, si attivano due aree quali il giro cingolato per “trattenere” la verità e la corteccia frontale dorso-laterale per inventare e verificare la coerenza logica della mistificazione.


Quest’area appare particolarmente sviluppata nei bugiardi patologici che mentono continuamente senza troppo curarsi delle conseguenze che questo comportamento può avere sugli altri.

 


La Sindrome di Pinocchio può essere rivolta anche verso se stessi. Questa diventa autoinganno e può innescare comportamenti ipocondriaci in cui il soggetto è allo stesso tempo ingannatore ed ingannato.
I bugiardi abitudinari, intelligenti e affascinanti sono veri manipolatori e possono usare questo talento per essere abili diplomatici, leader carismatici oppure spregiudicati truffatori. Con la senescenza quest’area si riduce e analogamente scema la capacità di ingannare anche perché le capacità di memoria si riducono.


Molte ricerche si sono soffermate su come individuare i segni della menzogna sul volto dell’altro.
I più evidenti sarebbero: rossore in viso, la postura che tende ad irrigidirsi, lo sguardo diventa sfuggente, il tono di voce si alza, le mani gesticolano nervosamente. Evidenti segnali di ansia.

 

Tutti diciamo delle bugie e chi nega di aver mentito ha appena detto una bugia.
La psicologa americana DePaulo autrice del libro The Hows and Whys of Lies, ha condotto uno studio sulle bugie e sui bugiardi distinguendo tre tipologie: i bugiardi cronici, i bugiardi incalliti, i bugiardi una tantum.
Tra i bugiardi cronici figurano le persone più fragili e sensibili al giudizio altrui, molto preoccupate di raccogliere i consensi e ossessionate dall’opinione altrui.


I bugiardi più incalliti sono gli estroversi che avendo molte interazioni sociali hanno anche più occasioni per mentire e spesso mentono in modo inconsapevole.
I bugiardi una tantum sono le persone responsabili e affidabili che tendono a non raccontare troppe bugie ed è difficile che mentano soprattutto se ciò potrebbe in qualche modo favorirli.
Ad influenzare la tendenza a raccontare le bugie è il tipo di relazione che si ha con le persone: in genere più è conflittuale più si mente.


Uomini e donne mentono indistintamente, quello che cambia è il sesso del destinatario della menzogna. Le bugie raccontate da donne verso altre donne spesso servono per non ferire la sensibilità altrui. Nelle restanti combinazioni relazionali: uomini/uomini, donne/uomini, uomini/donne, la bugia nasconde la volontà di apparire migliore degli altri e per evitare un giudizio negativo.
Nel nostro lavoro di psicologi e psicoterapeuti ci confrontiamo spesso con la menzogna.


La sindrome di Pinocchio, all’interno delle problematiche di dipendenze affettive e relazionali, si manifesta attraverso il negare, anche di fronte all’evidenza, tradimenti ed inventare, attorno a tali situazioni, vere e propri castelli di bugie.
L’articolo della Dusi, mi ricorda il libro della Telfener “Ho sposato un narciso”nel quale mette in evidenza che una caratteristica, della persona con disturbo narcisistico di personalità, è quella di mentire, e gli riuscirebbe bene perché autocentrata, poco empatica e manipolativa. Per un narcisista i dialoghi sono competizioni e l’obiettivo è quello di essere vincente sulla relazione.

 


Il bugiardo patologico può essere affetto da disturbo istrionico di personalità, caratterizzato da un tipico quadro pervasivo di emotività eccessiva, ricerca di attenzione ed appare, a prima vista, attivo, interattivo e disinibito.
Concordo con il pensiero del neurologo Aglioti, riportato nel’articolo della Dusi, il quale afferma che le prediche non servono per far smettere di mentire.


Tutto questo mi fa pensare che la scarsa autostima, la paura di non essere accettati, il voler apparire o essere parte di un gruppo, la paura di perdere qualcosa, ci rende mentitori. Forse ciò che può frenare il meccanismo della menzogna è la paura di perdere un legame importante, le relazioni a cui teniamo, il lavoro.

 

Riferimenti bibliografici
Ho sposato un narciso. Manuale di sopravvivenza per donne innamorate. Di Umberta Telfener. (ed. Castelvecchi, Roma 2006).
The Hows and Whys of Lies by Bella DePaulo Ph.D. Paperback (2010).
Manuale di Sociologia. Neil J.Smelser (ed. Il Mulino)

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