Controcorrente 

di Giovanni Giusto


I temi divisivi che interessano e coinvolgono prepotentemente l’opinione pubblica suscitando legittime emozioni sono in questo momento: la pena immediata, severa e certa per chi spaccia droga e “vende morte” e la pena ridotta a colui che ha ucciso la fidanzata (ex?) perché a detta dei giudici della corte di appello in preda ad una tempesta emotiva.

Per entrambi i casi si elicita una risposta che fa riferimento alla pena esemplare ed in quanto tale certa, indiscutibile, inappellabile, addirittura vendicativa.

Semplice e lineare oltre che immediata; in tal senso ineccepibile.

Le cose si modificano quando invece della foresta, come diceva con una metafora azzeccata un mio vecchio maestro, ci si sofferma sul singolo albero e con esso si fanno i conti.

In tal caso le cose si complicano e necessitano di strumenti di pensiero più raffinati ed articolati che possano cogliere le contraddizioni intrinseche a relazioni affettive complesse sia nel caso si tratti di sostanze stupefacenti che di persone.

Mi verrebbe da dire che bisogna, prima di dare giudizi trancianti, valutare il contesto in cui l’azione si svolge per evitare che la pena generi ulteriore danno, non solo a chi la subisce, ma anche al tessuto sociale in generale.

Penso che bene lo abbiano fatto i giudici nei confronti dell’omicidio della fidanzata, perché non hanno assolutamente riesumato il delitto d’onore come qualcuno pretestuosamente ha pensato, ma inserito il ragionamento in una valutazione complessiva delle risorse emotive dell’omicida e anche del rapporto con il suo oggetto d’amore dal quale non tollerava il distacco se non a rischio della vita di entrambi.

Con pochi elementi il mio intervento vuole essere solo una suggestione che favorisca un pensiero sui limiti umani e sulla necessità di non semplificare eccessivamente.

D’altronde neppure un eccessivo e falso buonismo che accondiscenda ad invertire i valori etici e morali contribuisce ad una risposta riflessiva sui nostri bisogni.