Commento all'articolo di Marino Niola apparso su La Repubblica il 06/08/2019 

Quelli che… si vive di sola aria

di Pasquale Pisseri

L’antropologo Marino Niola prende spunto dal “respirianesimo”, punta di diamante del progressivo attacco al cibarsi cui andiamo assistendo: dall’ormai diffuso  vegetarianesimo al veganesimo al fruttarianesimo… 

 

Gli adepti al respirianesimo ritengono che l’astensione totale e permanente da cibo e acqua, pur se non immediatamente realizzabile, sia comunque meta a cui si dovrebbe tendere, in una successione di tappe di avvicinamento a questa particolare “perfezione”. Anzi, alle tappe si dà il nome di  “livelli”, qualificandoli come momenti di una ascesa.    

Niola fa opportunamente notare che “nihil sub sole novi”, ricordando il filone ascetico, quasi negatorio delle esigenze del corpo, che ha percorso il cristianesimo: Atanasio (il grande rivale di Ario) che invitava a un digiuno purificatore di mente e corpo; S. Agostino che riteneva il cibarsi peccaminoso perché legato al desiderio; i più moderati Tertulliano e Clemente Alessandrino, che si limitavano ad ammonire contro gli eccessi di gola. L’induismo non restava indietro nell’invitare a un digiuno e a una mortificazione del corpo quali  fonti di purificazione: la “via di mezzo” buddista è una reazione a queste prescrizioni estreme. 

La somiglianza fra comportamenti simili eppur con motivazioni così apparentemente differenti invita a ricercare un possibile fattore comune. Ci è d’aiuto Dante che nel V canto, dedicato al supplizio dei golosi, include una mostruosa immagine di  Cerbero:   …” fiera crudele e diversa  con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi è sommersa. Gli occhi ha vermigli, la barba unta e atra,  e’l ventre largo e unghiate le mani: graffia gli spirti ed iscuoia ed isquatra…. La bocca aperse e mostrocci le sanne”.  Lo si placa soltanto gettandogli un boccone, e sia pure di terra.   Furia rabbiosa e avidità sono dunque coniugate; al di là delle torture che fisicamente infligge ai golosi, sembra che Cerbero ne offra  un’immagine esasperata, come in uno specchio deformante. Fra l’altro, la condanna del peccato di  gola trapassa coerentemente nel VII canto, con la più ampia condanna dell’ira e di una globale avidità, di potere, denaro e quant’altro. L’oscena immagine di Cerbero dà una rappresentazione estrema del nostro bisogno e desiderio alimentare, vissuto  nella sua componente di avidità e ferocia. Molti secoli dopo, W.S. Burroughs riprenderà il tema nel titolo del suo “Il pasto nudo”.   

E’ innegabile che per noi umani, e anzi per tutti gli animali, cibarsi significa attaccare e distruggere altri animali oppure piante. Solo queste ultime possono sopravvivere senza distruggere altri esseri viventi, essendo in grado di sintetizzare sostanze organiche a partire dall’inorganico, utilizzando l’energia solare grazie alla clorofilla.  Al contrario, la vita animale è inevitabilmente predatoria.   

Da qui una tensione che nell’uomo può strutturarsi come senso di colpa, come evidenziato dalla psicanalisi: tensione che è fonte anche delle mille manifestazioni di cui ci parla Niola, appartenenti alle varie fedi tradizionali come quella cristiana e alle moderne fedi  che vanno da una ragionevole limitazione dell’avidità, fondata anche su motivazioni scientifiche,  fino alla ricerca di  un rigore assoluto, considerato via alla salvezza.   

Questo che potremmo chiamare “conflitto alimentare” è, per fortuna, adeguatamente gestito da gran parte di noi, magari con qualche concessione al festino maniacale della fiorentina o della bistecca alla texana. Ma per qualcuno non è così: l’aggressività si rivolge all’interno, con comportamenti chiaramente autopunitivi.    Fra parentesi, qualcosa di superficialmente analogo – con diversi meccanismi – si è verificato con il sesso, che conosce fasi storiche di forte repressione. Punta estrema quella di Origene che si è evirato, o la posizione del Tolstoi della Sonata a Kreutzer, dove il protagonista considerava l’estinzione dell’umanità un prezzo da pagare serenamente per l’astensione completa dagli incontri sessuali, perchè così avremmo realizzato la perfezione morale! 

Tornando al cibo: se quello che ho esaminato  è uno stato di cose fondamentalmente costante e metastorico, è tuttavia evidente che porta al rifiuto del cibarsi solo in alcuni individui e in certi momenti storici e culturali.  L’attuale  è uno di essi, e non a caso caratterizza anche l’area clinica: i disturbi dell’alimentazione reclamano oggi particolare attenzione.  Qual è allora  la motivazione storica? Quale il rapporto fra un disagio individuale e un orientamento di gruppo che cerca di fondarsi su base ideologica? E anche con l’orientamento oggi più restrittivo della dietologia, certo scientificamente fondato ma che tuttavia si fa strada nel presente momento storico?  

C’è quindi  da chiedersi perché atteggiamenti di rifiuto del cibo tendano oggi ad essere sempre meno rari. Uno dei tentativi di  spiegazione è che  la ricchezza di risorse disponibili, almeno in certe aree sociali e geografiche, fa considerare superata la concezione arcaica della grassezza come segno, perfino bello,  di ricchezza e benessere, per i privilegiati; per gli altri, condizione da perseguire come garanzia di sopravvivenza durante le carestie. Carlo Levi in “Cristo si è fermato ad Eboli”. ci racconta con qualche stupore  dell’ammirazione di una contadina lucana per lui: “come sei bello grasso”. Per Carlo Levi e ancor più per il ricco di oggi è importante, al contrario, snobbare questo segno, mostrare proprio così di non aver bisogno di importanti riserve.    Un’altra ipotesi è che forse sta crescendo la consapevolezza che l’uomo sta “divorando” più risorse di quanto sia consentito e prudente, e ciò tende a squalificare il concetto di consumo insieme a quello di continuo sviluppo. Chissà…