Commento all'articolo di Claudia Giammatteo apparso su Focus - Febbraio 2019 - 

Tanti modi... di essere primi

di Pasquale Pisseri

Sentirci primi o meno è chiaramente funzione dell’immagine di Sé in rapporto con l’ideale dell’Io.

L’autrice dell’articolo parla fra l’altro del lavoro di HAZEL MARKUS e SHINOBO KITAYAMA dell’Università del Michigan; per questi, il concetto del Sé psichico è prevalentemente un frutto culturale. Detta così, è un po’ tagliata con l’accetta; ma dà lo spunto per andare a cercare i lavori della stessa Markus dove il tema è approfondito nella sua complessità.    

Markus definisce il  Concetto (o immagine) del Sé come regolatore del comportamento; lo vede come una struttura dinamica interpretativa che media processi intrapersonali con processi interpersonali, sicchè il suo strutturarsi e funzionare dipende dalle motivazioni individuali e dalla situazione sociale. Non è una struttura monolitica, anzi ha molte facce, è dinamica. Si parla  di “Working self concept”: è un costrutto mutevole, continuamente attivo,  della autoconoscenza accessibile, costruito anche dalle esperienze sociali. Quando stimoli, esperienze, eventi incrociano la soglia dell’immagine di sé, diventano importanti. L’immagine di sé orienta l’azione, ed è modificata dal feedback.

Di passaggio, l’Autrice chiede: Cosa è questo “io” che chiede che cosa è “me”? C’è una parte di me che guarda sé stessa?   Discorso certo non nuovo, che però ci porta a ripensare il tema della riflessione e dell’autocoscienza. Enzo Paci parlava di “momento patico” e “momento gnostico”, ma questa è una distinzione da non prendere alla lettera: il momento gnostico di solito è tutt’atro che a-patico.

Fanno parte del discorso quelle che l’Autrice chiama rappresentazioni del Sé (concetto vicino a quello di ideale dell’Io?): alcune realizzabili, altre sono ideali irraggiungibili. Credo che questo aspetto abbia anche una dimensione etica, su cui peraltro l’Autrice non si sofferma più di tanto.  Come ben sappiamo, l’immagine di Sé può essere, in proporzioni variabili, negativa: tipicamente, ma non esclusivamente, nei depressi. Cita  Kernberg che rimarca come l’autorappresentazione abbia componenti emotive e cognitive.

Molto complicato, aggiungerei, il discorso nei pazienti psicotici in cui un  frequente vissuto di degrado, magari negato grandiosamente,  è alimentato dal feedback negativo ricevuto dall’ambiente, in un’ottica psicosociale. E’ parallelo il vissuto di insufficienza rispetto alle prestazioni richieste: Markus parla di Self-assessment derivante da compiti e relative prestazioni. Importante la configurazione dell’ambiente sociale prossimo; come il nostro lavoro ci insegna, tale configurazione è uno dei compiti, forse quello centrale, del lavoro in Comunità terapeutica.

Un fattore di ulteriore complessità è la presenza di utenti immigrati il cui disagio, psicopatologico o meno, nasce anche dagli input di un ambiente non solo spesso ostile e diffidente, ma pure fondamentalmente alieno; aspetto ampiamente sviluppato qualche anno fa da Salvatore Inglese in un contributo apparso sul Vaso di Pandora. E’ evidente come anche con questo aspetto si confronta il lavoro psichiatrico, in sede residenziale e no.  

E’ questo uno dei problemi posti dall’attuale epoca di  globalizzazione e interculturalità. Certo, una forma di globalizzazione ha avuto inizio ben quattro – cinque secoli fa: ma quel che è cambiato è che l’Occidente non si ritiene più portatore della norma, atteggiamento che faceva ritenere superfluo un impegno di confronto. Ne parla ancora Inglese:avanza la necessità di una nuova psichiatria che, al posto di riconoscersi come universale, dovrebbe concepirsi come internazionale”. Egli ricorda che questa era già una istanza di Kraepelin, pur nell’impostazione reificante proprio di allora; ma si rifà soprattutto a  Devereux, per cui  ogni accadimento psichico deve essere spiegato anche nei termini del programma e del contesto culturale in cui esso si realizza nel corso del divenire storico: ha una doppia matrice, culturale e psicologica

E’ evidente che il tema generale è tutt’altro che nuovo. Mi limito a ricordare due Autori cui il rapporto fra Sé e risposta ambientale  è ben presente. Per Kohut, fondatore della psicologia del sé, questo si forma coeso e integrato in presenza di un ambiente empatico, tema dunque che fondamentalmente si riferisce ai primi anni dello sviluppo psichico. Mi pare che sotto questo aspetto la prospettiva suggerita, fra gli altri, da Markus, sia un po’ diversa poiché si fonda sul presupposto che anche nell’adulto i giochi non siano già fatti, e che l’immagine di Sé sia un costrutto dinamico che prende continuamente forma anche in risposta all’ambiente.   Visione certo più incoraggiante per noi terapeuti. Dal canto suo, Erikson si rivolge a  stadi di sviluppo anche adolescenziali, che definisce come eventi psico-sociali condizionati fra l’altro, all’epoca sua e nostra, dal problema dei modelli molteplici e difformi.  

Sempre in tema di globalizzazione, Markus e Kitayama definiscono “Io indipendente” quello che si definisce in base alle proprie peculiarità ed è proprio del mondo Occidentale; Io interdipendente quello che si definisce in rapporto ai legami con gli altri: tipicamente, quello della Cina e del Giappone. La differenza sarebbe dimostrata da ripetute e controllate ricerche sperimentali. Quale fra i due  è il modello più efficace? Chi lo sa? Forse è domanda mal posta?

 Allontanandoci un po’ da temi psichiatrici: in un decisivo frangente storico, il nostro modo è apparso più efficace. Nel 16° secolo l’Impero cinese aveva inviato intere flotte di navi ben più imponenti delle nostre mitiche ma povere tre caravelle, ad esplorare l’Africa: insistendo, forse poteva imporre al mondo intero il proprio potere e la propria cultura. Non lo ha fatto, a quanto pare, perché un indiscusso potere centrale ha addirittura vietato la costruzione di navi. Magari con buone ragioni; ma non si può non ricordare che ha lasciato campo libero a un’Europa che, frammentata com’era, andava impadronendosi della Terra con spedizioni condotte, per lo più con scarsi mezzi,  da bande composte e guidate da singoli avventurieri  facenti riferimento a Stati diversi. Ha senso questo paragone? Non lo so.