Commento all'articolo di E. Goretti apparso su La Repubblica il 30 ottobre 2018

Cosa resta del viaggio

La Redazione

Tutto ciò che addita collegamenti e corrispondenze fra le nostre esperienze mentali e il dato neurofisiologico è benvenuto, aggiungendo qualcosa al più che millenario problema dei rapporti, per tanti versi misteriosi, fra soma e psiche.

Ma occorre ben guardarsi dalla tentazione diabolica di ritenere più “vero” l’Erlebnis se è convalidato da dati strumentali, biochimici o di neuroimaging. Jancke, neuropsicologo svizzero il cui lavoro è il tema dell’articolo, ci ricorda che sono le esperienze olfattive il fattore scatenante più frequente nei ricordi: ma ce lo aveva già insegnato la madeleine di Proust, e anche l’esperienza quotidiana ci dice che le esperienze a impatto emotivo più immediato sono gli odori, che possono stimolarci ma anche sollecitare una risposta censoria. Per esempio: l’impiego sistematico di saponi, detergenti, deodoranti, profumi per correggere il nostro odore naturale ci sembra cosa scontata e indiscutibile; ma è proprio così? O la ripugnanza per tale odore potrebbe nascere dall’esigenza di moderare  le passioni, e quindi  sarebbe frutto di una risposta inibitoria ancora più arcaica e consolidata di quelle scoperte da Freud?    

Quanto al viaggio, non è da oggi che lo consideriamo  dimensione antropologica fondamentale. Come scriveva anni fa l’amico Morlotti: lo nutrono il desiderio di un altrove, essenzialmente indeterminabile in quanto luogo, anche se poi concretantesi in una meta; la curiosità; il confronto con un limite che, a parte l’eventuale sua concretezza   materiale, è essenzialmente interiore, soggettivo, esistenziale.  Potremmo ricondurre tutto ciò al concetto lacaniano di “mancanza ad essere”, fonte di nostra eterna insoddisfazione ma che ci fa “non… viver come bruti”, come si esprime Dante in quell’archetipo di viaggio che conclude la vita di Ulisse. Ciò ci rimanda a una tipologia del senso: è qui che la parola “senso” nella sua accezione letterale – il senso quale indicato dai cartelli stradali – si congiunge con il suo significato metaforico, di percorso di vita: non a caso si parla di “percorso” psicoterapico.

C’è una dimensione storica. Dante, nella sua ambivalenza nei confronti dell’impresa di Ulisse – sentita come ammirevole ma tragicamente fallimentare – conclude e supera  un Medioevo diffidente nei confronti del viaggio. Dopo un’era di viaggi tumultuosi e incontrollati – le migrazioni di massa dei “barbari” – l’Europa vi aveva fatto fronte consolidando le strutture feudali, autosufficienti e chiuse in sé stesse. Riservava al viaggio uno spazio fra l’immaginario e il simbolico, con opere come “la cerca del Graal” di Chretien de Troyes.  Invece Dante nasce ormai in una città, dove la nuova borghesia mercantile vede il viaggio – così ricorrente nelle novelle del Boccaccio - come necessario alle attività imprenditoriali, ed è insofferente dei residui vincoli feudali: la mitizzata battaglia di Legnano parrebbe espressione di questo conflitto piuttosto che di un nazionalismo all’epoca alquanto debole. 

Poi si allarga l’ambito dei viaggi, con le esplorazioni e conquiste su scala mondiale celebrate da opere come“I Lusiadi” di Luis Vaz de Camoes e successivamente dal Robinson Crusoe di Defoe. Quindi il tema letterario del viaggio diviene sempre più frequentato: “Viaggio intorno alla mia camera” di Xavier De Maistre; “Viaggio sentimentale” di Sterne, che fin dal titolo richiama il senso affettivo del viaggiare; “Viaggio in Italia” di Goethe… Il viaggio diviene parte importante della educazione di un giovane gentiluomo. Con i romantici, questo tipo di viaggio tende a divenire avventuroso, meno protetto, meno codificato; la sfida al limite si coniuga con il concetto – guida del “sublime”.    

Più sofferta, nella nostra epoca impietosa verso sé stessa, la visione del viaggio: autori come Nietzsche, che il viaggio lo ha ripetutamente agito,  o il Kafka di “America” (titolo originario “Il disperso”)  si avvalgono della metafora del viaggio per esprimere a un tempo la sofferenza personale a rischio di follia e il disagio di una cultura che vede scossi i suoi riferimenti tradizionali.       

Varie dunque le declinazioni nel tempo di questa intrapresa, espressione però di una esigenza metastorica e originaria: è viaggiando che un manipolo di protoumani originari dell’Africa finisce con l’appropriarsi del mondo intero. Chiaro, è del tutto plausibile che fossero spinti anche da esigenze concrete di tipo alimentare o dal timore di vicini più forti, come accade nelle attuali spinte migratorie che ci confrontano ancora una volta con l’incontro con lo straniero. Non dobbiamo quindi idealizzare il viaggio, dimenticando la sua possibile dimensione tragica.   

All’estremo opposto stanno certi attuali viaggi turistici. Esemplari le crociere, in cui il viaggio viene in qualche modo fruito ma sterilizzato: più che di viaggiare, si tratta di spostarsi portandosi dietro il proprio mondo, peraltro depurato con riduzione alla sua dimensione ludica. E’ una delle tante forme prese da una spinta a viaggiare che è perenne.     

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