Perché la felicità è di tutti o di nessuno

 
 
Cacciari ci evidenzia un paradosso: il dolore è connesso alla finitezza del nostro essere eppure lo è anche l’inesausta aspirazione alla felicità. Fondamentale la connessione che egli propone con il pensiero di Dio, poichè in effetti il concetto di Dio e quello di felicità sono gemelli, trovando una sintesi nell’immagine del Paradiso. 
 
Contro le aspettative di un tempo, la religione gode buona salute ed è sopravvissuta a positivismo, scetticismo freudiano, comunismo ateo. Parafrasando Freud, possiamo dire che come illusione ha avuto un  avvenire, divenuto oggi un forte presente.
 
Da psichiatra  credo che ciò accada perchè risponde a un nostro bisogno che va al di là delle contingenze storiche: ci rassicura e ci orienta offrendo uno spazio (personalmente credo immaginario, ma non importa) esente dal male, non inquinabile, e nel cristianesimo molto personalizzato. Il Dio che credo mi abbia fatto a sua immagine e somiglianza è un altro me stesso, quello in cui Dante si riconosce nell’ultimo canto del Paradiso: “mi parve pinta della nostra effigie”.
 
Immagine umana ma totalmente depurata da limiti e negatività, in cui quindi posso vedere pienamente realizzate tutte quelle mie potenzialità che sento come positive, cioè creative e non distruttive. Diventa così un modello, una stella polare, un incrollabile punto di riferimento.
 
Ci rende più tollerabile  la nostra solitudine, il dubbio, il rischio, l’angoscia. Agostino, che scriveva durante lo sfascio di quel che restava dell’Impero Romano, offriva una via di salvezza contrapponendo alla peritura città terrena (termine non casualmente impiegato da Cacciari) l’incrollabile Città di Dio. E’ un messaggio che ancora agisce, anche perché legato nel suo pensiero al carattere divino della felicità: “quelli che non cercano in Te, unica vera beatitudine, il loro godimento non vogliono nel vero senso la felicità….Felice sarà quando, non ostacolato da alcun impedimento, troverà la sua gioia in quelle sola Verità per la quale tutte le cose sono vere”.
 
  
 Dunque, come l’immagine divina, la  felicità è un’area esente dal male, e forse non inquinabile solo perché irraggiungibile: tutti vi aspiriamo ma nessuno si azzarda a dire “io sono felice”, se non riferendosi a brevi istanti ( le esperienze estatiche? momenti di intensa creatività e autorealizzazione? incontri interpersonali importanti? l’orgasmo?). Come condizione protratta, mi pare non un possibile oggetto di esperienza, ma qualcosa a cui tendere, una meta mai raggiungibile; ma quel che è importante è il tendervi, in quella lacaniana mancanza ad essere che è potente molla di cambiamento.
 
Lo stesso Lacan ci dà una lezione di realismo quando, andando al di là della concezione freudiana del disagio della civiltà,  definisce il godimento “castrato”, col suo solito gusto per i termini sorprendenti e spiazzanti: non c’è vero godimento in assenza di un limite.  
 
 
Cacciari conclude che “il sapiente non può essere felice che perseguendo il bene comune e cioè il bene dell’altro”. Mi sembra un voluto ritorno a Platone: “i felici sono felici per il possesso della giustizia e della temperanza e gli infelici, infelici per il possesso della cattiveria”; felici sono “coloro che posseggono bontà e bellezza”. In un’ottica diversa, torna in mente l’utilitarismo alla Bentham che unisce piacere e altruismo: anche il benefattore persegue il proprio piacere poiché gode di quel che fa, ed è bene ciò che realizza la maggior felicità possibile per il maggior numero di persone.
 
Comunque, magari il messaggio di Cacciari fosse ascoltato di più, in un momento in cui la solidarietà fra gli uomini subisce pesanti attacchi! 
 
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