Che succede nella Psichiatria Laziale e, forse, non solo?

di Andrea Narracci


Pochi giorni fa, in risposta ad una dichiarazione del neo-Assessore alla Sanità della Regione Lazio, comparsa su “La Repubblica”, facevo presente che, se si voleva veramente aspirare ad una Psichiatria degna di questo nome, bisognava decidere, con forza, di invertire la tendenza che si era manifestata negli ultimi anni, consistita, sostanzialmente, nel mantenere gli stanziamenti per le degenze e ridurre quelli per i Servizi territoriali.

Infatti, ciò sta determinando il pericolo che i Servizi Territoriali non siano più in grado, tra breve, di svolgere la funzione di filtro ai ricoveri e alla cronicizzazione del disturbo a cui sono preposti e che ciò finisca per determinare la richiesta di ulteriori posti letto in degenza.

Purtroppo, però, un’altra iniziativa della Regione Lazio sembra confermare che questa, di orientare sempre più l’organizzazione della Psichiatria laziale nel senso di prediligere la spesa per i ricoveri piuttosto che per i servizi territoriali, sia la direzione verso cui la regione intende andare, anche se non lo dichiara.

E’ stato deciso, infatti, di dividere la gestione dell’Emergenza, cioè gli interventi non differibili, sui pazienti non conosciuti, che sarà a carico esclusivamente dell’Ares 118 dall’Urgenza, gli interventi differibili nell’arco di 24/48 ore, per i pazienti già noti, di cui dovranno occuparsi i Servizi Territoriali, “dimenticando” di prendere in considerazione un dettaglio fondamentale.

E, cioè, che il personale dell’’Ares 118 giunto al cospetto del paziente, ovunque si trovi, se riterrà necessario che sia visitato da uno psichiatra e se il paziente non sarà d’accordo con la proposta di seguirlo in Ospedale, sarà autorizzato a invocare lo “stato di necessità” e a chiamare le Forze dell’Ordine e i Vigili Urbani. In questo modo si tornerà, come per magia e con buona pace di Franco Basaglia, a prima della “180”.

Quando, in effetti, si chiamava la Forza Pubblica per portare i matti in OP, magari passando per il Commissariato di PS, visto che fino al 1978, i matti erano in primo luogo, un problema di Ordine Pubblico e non sanitario.

E’ stato proprio Basaglia, con la sua caparbietà, a restituire ai matti la stessa dignità degli altri malati che, ora, questa determina intende cancellare. 

E allora, ricapitoliamo i fatti:

1) dieci anni fa eravamo al 70% della spesa per la Psichiatria nel Lazio affidata al settore privato-convenzionato per le degenze, mentre solo il 30% era dedicato ai Servizi Territoriali; oggi, come già accennato, con il calo del 40% del personale dei Servizi Territoriali, questo rapporto si è ulteriormente sbilanciato a favore della spesa per la degenza;

2) poi c’è stata la decisione di aprire dei reparti di degenza per i pazienti autori di reato, le cosiddette REMS, non collegate al territorio di provenienza dei pazienti, cioè, in buona sostanza, sono stati aperti i Manicomi Giudiziari Regionali, sicuramente meno obbrobriosi dei vecchi OPG, ma, pur sempre, nel momento in cui chi gestisce la degenza psichiatrica in reparto non è strettamente collegato a chi la gestisce fuori, lì si riapre l’OP;

3) e, infine, ora, riaffidando, per “stato di necessità”, alla Polizia e ai Vigili Urbani la gestione dell’Emergenza nei confronti dei pazienti che si rifiutano di andare all’Ospedale, a supporto dell’azione svolta dagli Infermieri del 118.

 

E con questo il dato è tratto, la “180” è finita, siamo diventati un paese moderno, europeo.

Sembra incredibile che, da un lato, sia proprio l’Ente Pubblico a consegnare al Settore Privato Convenzionato, il “bastone del comando”, dall’altro che il Settore privato Convenzionato sia così miope, in questa Regione, da pensare che l’unica strada da percorrere sia quella di incrementare il numero dei posti letto  e non di farsi promotrice di un disegno più ampio, qualificato e moderno, in cui sia possibile affiancare una gestione corretta delle degenze alla cura dei pazienti fuori dalle Cliniche o dalle Comunità, cioè nel territorio.

Finite le “ubriacature farmacologiche” e restituito ai farmaci, finalmente, il ruolo di giusto e appropriato supporto, sembrava che ci stessimo incamminando nella direzione di incrementare un'azione terapeutica e riabilitativa complessa, basata sulla relazione terapeutica ma, evidentemente, si trattava solo di una pia illusione.

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