Una vita soffocata

di Maria Schillaci e Roberto Noli

Così decidi di andare, in silenzio nel buio della notte, e con la luce del giorno  un gran rumore dato dal tuo violento saluto alla vita.

 

Hai salutato tutti con i pugni serrati, quasi come se tu volessi renderci testimoni di quanto hai dovuto lottare per sopravvivere fino qui.

Fino ai tuoi piccoli 24 anni, ma con una storia probabilmente già ricca di sofferenza, di vissuti di inadeguatezza, tanto grandi  da volerli gelosamente custodire persino ai tuoi stessi occhi.

Gli occhiali da sole, che tenevi costantemente indosso, erano il tuo filtro necessario per non affacciarti a quella realtà che non ti piaceva e che non volevi riconoscere. Una realtà distorta ed eccessivamente svalutata. Gli occhiali  anche per creare quel giusto distacco da chi, come noi,  avrebbe voluto comprenderti.

La semplicità, la precarietà e la scarsa presenza dei tuoi affetti, ti inducono così a legarti ad un mondo virtuale, sicuro, prevedibile ed alienante dalla realtà.

Non era arrivato a noi il tuo desiderio di salutare la vita, perché l'inaccessibilità ai tuoi sentimenti e la tua apparente normalità, ci hanno sedotti e condotti verso un “fare”, piuttosto che ad uno “stare” e ad un “sentire”.

Oggi sono tante le domande che ci poniamo come clinici, abituati a dare un significato alle cose e agli eventi. 

Una storia fatta di cambiamenti non accettati, di figure di riferimento dapprima idealizzate e poi ridefinite da significati più “umani”, forse un po' troppo limitanti per lui.

La difficoltà dell'accettazione del limite, visto come nemico da sconfiggere e comunque da non riconoscere, hanno creato in R. una voglia di riscatto con la creazione di un “Sé grandioso” e poco malleabile alla precarietà della vita. 

Però lo spettro della precarietà era incombente in lui.

Dunque, nasce, si costruisce e si alimenta la rabbia verso una realtà inaccettabile, ma quando  il confronto con il suo vissuto di immodificabilità della stessa si fa sempre più emergente, la frustrazione diventa intollerabile a tal punto da non volerla più “vivere”.

Quando R. è giunto da noi è emersa una confusione a livello diagnostico dovuta alle sue caratteristiche: disturbo Schizoide? Disturbo Antisociale? Disturbo Psicotico indotto da sostanze?  In questo quadro poco chiaro e confusivo è iniziato un lento e lungo lavoro conoscitivo che ha fatto emergere elementi che potevano far associare R. ad un disturbo di personalità  Narcisistico Covert e questo per diversi indicatori dati dal suo comportamento.

Infatti,  R. era una persona molto riservata e apparentemente “normale”, ma con Idee grandiose di sé riassunte nella convinzione di meritare un trattamento speciale e di dover frequentare persone altrettanto speciali, così da creare attorno a sé un gruppo amicale come se fosse un’elite scelta con cura.

Raccontava di una certa apatia e noia, e nonostante le possibilità lavorative che si erano create e i  successi ottenuti, tendeva a svalutarli e portare le relazione  ad epiloghi distruttivi.

Spesso i suoi rapporti, sia con gli operatori che con gli ospiti, seguivano la tendenza  allo sfruttamento  per ottenere  dei vantaggi, in termini economici o di altri privilegi. La sua mancanza di empatia  rispetto alla sofferenza che lo circondava  e quindi l’incapacità a riconoscere e identificarsi con i sentimenti e i bisogni degli altri, lo facevano apparire un po’ snob e distaccato.

Riteniamo che una delle motivazioni che lo abbia condotto a tale clamoroso gesto, siano stati sentimenti di disprezzo, vergogna o invidia, in seguito ad una relazione sentimentale conflittuale e burrascosa che aveva instaurato con un’altra ospite della comunità. Sentimenti che probabilmente aveva maturato in tempi molto remoti, tra le mura di casa e nei confronti delle sue figure genitoriali.

Proprio in ambito domestico emergevano tensioni e difficoltà relazionali tra R. e la propria famiglia consolidate negli anni. Famiglia peruviana immigrata in Italia quando R. ha 11 anni, mai realmente integrata nel tessuto locale, con difficoltà economiche e senza una rete sociale che li facesse sentire accettati, sono stati tutti elementi vissuti da R. come discriminatori.

Crediamo che R. non fosse in grado di gestire delle emozioni così forti, che in qualche modo lo mettessero a confronto con lo spettro del suo senso di inadeguatezza e forse di vergogna della sua stessa identità. Lui non raccontava molto di sé, e spesso sminuiva gli eventi e le situazioni, come l’utilizzo di sostanze e di alcool che, a nostro parere, avevano un significato disinibitorio, rendendolo così talvolta più incline al dialogo e più  simpatico, e talvolta rabbioso ed aggressivo.  Il disagio si manifestava con la grandiosità eccitante, in contrasto con imbarazzo, timidezza, vergogna e depressione.

Quella notte qualcosa è successo a R., qualcosa che ha riattivato violentemente tutto ciò, una ferita narcisistica insopportabile e soprattutto insanabile, così da scegliere di comunicare platealmente quanto non era riuscito neanche a sussurrare.

Odio, rancore e una forte rabbia. Rimane in noi il grande dispiacere per non aver avuto abbastanza tempo per capirlo e comprenderlo nel suo malessere, ma rispetto alla decisione individuale rimangono solo vissuti di impotenza, di rabbia e infine accettazione.

Di fronte a un’esperienza così forte e negativa non possiamo esimerci dal ricavare dei significati, poiché dal lutto nasce la sofferenza ed è proprio da tale sofferenza che  si genera il pensiero.

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