L’APPORTO DELLA PSICOANALISI ALLA PSICHIATRIA

di Fausto Petrella

[Tratto da "Il Vaso di Pandora" - Vol. XI, n° 1, 2003].

 

Il titolo del mio contributo riecheggia quello di una relazione che scrissi assieme a Dario De Martis per un congresso degli psichiatri francofoni tenutosi a Milano nel 1970 (Apport del la psychanalyse à la semiologie psichiatrique). Molte delle tesi ivi sostenute passarono in un piccolo libro, sempre in collaborazione con De Martis, pubblicato due anni dopo (1972), che fu un po’ l’atto di costituzione di un nostro modo di intendere il problema, attorno al quale si aggregò il primo gruppo di collaboratori a Pavia. È da quindi all’incirca un tentennio che rifletto, che riflettiamo sul problema attraverso la nostra pratica di psichiatri e di psicoanalisti. Il discorso è aggiornato alla luce dell’esperienza.

In realtà il rapporto della psicoanalisi con la psichiatria inizia con la nascita della psicoanalisi e conoscerà vicissitudini abbastanza tortuose e complicate nel corso del Novecento. Penso che si possa affermare, con lo sguardo retrospettivo di un secolo, che questo rapporto sia stato spesso conflittuale e che in molti casi continui ad esserlo anche oggi.
Quando a Trieste Edoardo Weiss fece nel 1925 la sua ancora oggi notevole relazione al Congresso della Società Freniatrica Italiana su “Psichiatria e Psicoanalisi”, si inaugurava un rapporto tra psicoanalisi e psichiatria italiana che non troverà per decenni un analogo momento di valorizzazione. Dovranno passare poco meno di cinquant’anni perché il discorso psicoanalitico riprenda veramente quota nella psichiatria italiana, certamente non soltanto per merito di De Martis e mio. Quella prima cauta e intelligente relazione di Weiss, accompagnata dallo scomposto entusiasmo di Levi Bianchini, ottenne un arroccamento difensivo tenace da parte dell’orientamento organicistico dell’epoca.
Eppure la psicoanalisi si era innegabilmente sviluppata dal solco dell’alienistica ottocentesca, utilizzando il linguaggio della psicopatologia esistente a quel tempo, adattandolo alle proprie esigenze metodologiche e cliniche. Tuttavia, nonostante questa comune e riconosciuta origine dalla medicina, attraverso dalla rigorosa formazione medico-biologica di Freud, non sono mancati sin dall’inizio importanti diversità metodologiche e, diciamo così, operative e istituzionali tra psichiatria dell’epoca e psicoanalisi.
La sofferenza psichica, il dolore morale, la malattia mentale rappresentarono il terreno che permise la nascita della psicoanalisi, l’oggetto più diretto delle sue elaborazioni teoriche e anche l’ambito della sua più legittima applicazione pratica. Benché i materiali di partenza fossero offerti a Freud entro i quadri istituzionali della clinica psichiatrica, alla Salpêtrière come a Vienna, da Charcot come da Meynert, Freud non si curò gran che degli apparati istituzionali della psichiatria e della loro connessione con i linguaggi e le pratiche dell’esclusione sociale e dell’emarginazione connesse a questi dispositivi. Non risulta che le migliaia di ricoverati nello Steinhof, la “città dei pazzi” di Vienna, lo facessero riflettere particolarmente e sarebbero passati molti anni dopo la sua morte perché il nodo fondamentale dell’internamento dei malati di mente nei manicomi scuotesse veramente la coscienza e le conoscenze, generando quel movimento di critica dell’apparato istituzionale, dalla quale si è sviluppata una crisi che ha segnato, non so dire quanto durevolmente, disciplina e pratiche della psichiatria e un po’ dovunque in Occidente, e certamente in Italia.
La posizione di Freud verso la psichiatria del suo tempo fu duplice: da un lato, e sino ad un certo punto, ne adottò i criteri descrittivi e tassonomici; dall’altro non si nascose che il suo contenuto conoscitivo era piuttosto scarso, se ci si limitava ad una posizione osservativa impersonale e condotta ab exteriore. Questa posizione soprattutto descrittiva, che si voleva oggettiva, non senza una notevole ingenuità epistemologica, fu invece una caratteristica saliente della psichiatria, o almeno di quella parte della psichiatria che fu impersonata emblematicamente da Emil Kraepelin, questo grande coetaneo di Freud (nacquero nello stesso anno) e che aveva già scritto le prime edizioni del suo Trattato, mentre Freud si arrovellava ancora nelle spire teoriche del suo Progetto e nella sua cosiddetta autoanalisi.
La contrapposizione fra Kraepelin e Freud non può essere evitata in una prospettiva storica, e oggi in particolare può avere un grande significato nel qualificare due culture, due diverse idee di “scienza” e due “stili” d’approccio radicalmente diversi. Fin dall’inizio fu così, anche se Freud non ebbe da polemizzare mai direttamente con Krapelin, questo campione della tassonomia, gelido, alquanto sprezzante e complessivamente infastidito dalle provocazioni degli psicotici, come attestano chiaramente molti suoi scritti.
Chi oggi volesse farsi un’idea dei rapporti fra psichiatria e psicoanalisi potrebbe confrontare ultimamente le “lezioni” (questo genere letterario-scientifico rivelatore) di Charcot e di Kraepelin, già così profondamente diverse fra loro, con quelle freudiane. Ad esempio, le mirabili cinque conferenze di Freud alla Clark University di Worcester (Mass.), che introdussero la psicoanalisi negli Stati Uniti e che risalgono al 1909, mostrano già a tutto tondo i nessi con la psichiatria dell’epoca, ma anche una diversità radicale nello stile della presentazione clinica e soprattutto nella posizione verso il paziente e in definitiva verso la costituzione stessa dell’oggetto psichiatrico.
L’esigenza della psichiatria, della quale Kraepelin è solo l’esempio più illustre, di distinguere fra quadri morbosi, individuandone i tratti pertinenti ed esclusivi, non nasceva solo sul terreno scientifico della logica nosografica: la posta in gioco era d’ordine vitale e sociale insieme, giacché si trattava di stabilire una valutazione predittiva (la prognosi) e contemporaneamente stabilire una netta demarcazione fra chi è folle e chi non lo è. Le implicazioni giuridiche e assistenziali, di grande rilevanza nel definire praticamente e la posizione dello psichiatra e quella del malato, furono invece estranee agli interessi della psicoanalisi nascente.
Fu sicuramente anche l’impotenza terapeutica della psichiatria l’insoddisfacente modello organicistico e costituzionalistico dell’epoca a indurre Freud all’invenzione della psicoanalisi. Ma dall’inizio del Novecento ad oggi molte cose sono cambiate, nella psichiatria e nel mondo occidentale.
Come psichiatra e psicoanalista mi sono occupato del problema delle connessioni tra le due discipline fin dall’inizio della mia pratica, ancora prima che si consolidasse un mio assetto psicoanalitico sufficientemente stabile e consapevole. Se tento un excursus rievocativo, cercando di non fare la parte barbosa del vecchio combattente che rievoca le battaglie nelle quali ha avuto qualche parte, devo testimoniare che mi è capitato spesso di assistere a un contrasto stridente tra i due ambiti e le pratiche corrispondenti.
Un primo scoglio dell’influenza psicoanalitica sulla psichiatria è individuabile nella difficoltà applicativa della psicoanalisi come disciplina scientifica. Una disciplina come la psicoanalisi certamente esiste, ma in genere non ha avuto, e continua a non avere, un suo posto accademico definito, né è divenuta un luogo di saperi ufficiali ben codificati e protocollati. Mancano vere cattedre universitarie, veri insegnamenti di psicoanalisi riconosciuti come tali, salvo rare eccezioni all’estero. Cesare Musatti fu il primo psicologo in Cattedra, nella Facoltà di Lettere e Filosofia a Milano, ad insegnare psicoanalisi nel suo corso di psicologia. Ho seguito negli anni cinquanta per un biennio le sue lezioni, che si tenevano in uno scomodo orario mattutino, di fronte a un pubblico studentesco numericamente scarso, ma appassionato e attentissimo. La sua esposizione, che rifletteva il suo celebre Trattato di Psicoanalisi, colpiva la fantasia e il sentimento dell’ascoltatore, anche per la notevole abilità espositiva con la quale Musatti intratteneva gli studenti. L’opera di Freud era allora solo parzialmente tradotta nella nostra lingua e il testo di Musatti la rispecchiava in modo originale e accattivante.
Restava tuttavia il fatto insuperabile che questo sapere rimaneva alquanto estraneo e come sospeso per lo studente: un po’ come studiare istologia senza mai aver usato il microscopio, e senza avere una pratica di allestimento dei preparati e infine senza poter utilizzare in modo finalizzato queste conoscenze.
Le conoscenze psicoanalitiche costituiscono un corpus dottrinario e di esperienza molto eterogeneo, poco sistematizzato, che ha avuto sviluppi in molteplici direzioni. Oggi le ramificazioni della psicoanalisi si sono estese a tal punto, che la stessa qualificazione di psicoanalista e i contorni della disciplina hanno perduto i loro profili distintivi. Non era così negli anni ’50-’60: c’è voluto all’incirca mezzo secolo per realizzare questa dispersione in una serie di pratiche e di professionalità di vario tipo.
Proviamo ad esaminare brevemente i lineamenti essenziali della questione.
• Teorie, pratiche e discorsi. Intanto abbiamo una serie di atti dello psichiatra, che si rifanno a modelli psicoanalitici e producono a loro volta modelli e interpretazione dell’esperienza clinica. Inspirati più o meno esplicitamente all’opera di Freud e ai suoi sviluppi, impiegano un certo numero di ingredienti concettuali della psicoanalisi:
− Il riferimento all’inconscio e al mondo interno;
− Il riferimento al transfert, al controtransfert e alle distorsioni che essi introducono nell’osservatore;
− Il riferimento allo scarto che nell’esperienza umana si determina tra le forme di vita infantili e lo sviluppo adulto; abbiamo qui una serie di concezioni diverse sullo sviluppo, che possono influenzare i modi di vedere della clinica, con ricadute sulle operazioni semeiologiche, sulla gestione degli scambi relazionali tra psichiatra e paziente, sulla descrizione dei casi. Il fondamentale elemento rappresentato dal descrivere ha in psicopatologia una storia specifica, che caratterizza i rapporti sottili tra metodo fenomenologico e visione psicoanalitica della clinica.
• La pratica psicoanalitica propriamente detta. La psicoanalisi richiede all’analista delle trasformazioni personali per rendere possibile la funzione analitica e per attribuire un pieno significato a concezioni maturate all’interno del lavoro analitico stesso. Siamo qui nell’area del training, delle modificazioni personali indotte dall’analisi nel terapeuta, della terapia guidata da supervisioni entro un processo formativo interminabile nella sua sostanza. Qui la cura dell’altro si accompagna a un incessante lavoro su di sé e a scambi culturali e tecnici nei gruppi scientifici, a un’elaborazione senza posa rispetto alle molteplici possibilità dell’esperienza e ai modi di rappresentarsela. Metodo, cura, tecnica e teoria sono strettamente congiunti e conferiscono alla psicoanalisi una fisionomia sui generis e quell’unità integrata, alla quale tende la formazione del futuro analista. Ma tutto questo avrebbe poco a che vedere con la psichiatria e con gran parte delle sue esigenze operative, se anche il lavoro psichiatrico non fosse ogni momento compromesso con la relazione clinica e i suoi aspetti immaginari.
• Le applicazioni cliniche. Una vasta serie di applicazioni cliniche, che eccedono la situazione della cura-tipo, trae dalle concezioni, dalle categorie, dal linguaggio e dagli stili di pensiero della psicoanalisi la sua forza e sostanza concettuale e operativa.
Possiamo schematizzare nel modo seguente tali influenze. Osserviamo qui la seguente tabella.

Azioni della psicoanalisi in psichiatria
• Orientamenti psicoanalitici in psicopatologia e in clinica psichiatrica: l’influenza psicoanalitica è avvenuta a vari livelli (semeiologico, descrittivo, nosologico, modellistico, ecc).
• Orientamenti psicoanalitici in Psicologia Clinica.
• Psicopatologia e counseling ispirati alla psicoanalisi.
• Pratiche sociali e riabilitative individuali e di comunità, spesso influenzati dalla psicoanalisi.
L’ “analisi” nell’équipe e nelle istituzioni terapeutiche: il gruppo di discussione e la supervisione clinica del lavoro nelle istituzioni psichiatriche.

Ciascuno dei punti citati ha avuto importanti sviluppi, talora addirittura straordinari. Un gran numero di riferimenti operativi e metodologici rendono gli apporti della psicoanalisi al lavoro psichiatrico qualcosa di molto concreto. Ad essere coinvolti da queste pratiche sono gli psichiatri, gli psicologi, gli infermieri e gli educatori. Lo sguardo si dirige dal singolo malato alla coppia, alla famiglia e al gruppo curante. E da qui alle operazioni costitutive attuate dall’osservatore e alla sua interazione col caso clinico.
D’altra parte dobbiamo riconoscere che quest’insieme rappresenta, rispetto al sapere scientifico corrente nell’odierna medicina, qualcosa che può apparire anomalo e creare perplessità e disturbo. Intanto ci troviamo di fronte a varie stranezze metodologiche rispetto allo stile scientifico corrente. Ciascuna delle pratiche negli ambiti citati non può essere schematizzata in un algoritmo, né può ridursi a un protocollo prefissato da eseguire, senza snaturarsi gravemente.
Quando si parla di medicalizzazione come di un procedimento negativo e da evitare, intendiamo riferirci a qualche azione clinica inappropriata, in quanto ha subito le sorti di una tecnica – quella medica – divenuta ideologia sociale. Assistiamo con particolare evidenza in psichiatria alla trasformazione in pratica medica e terapeutica di aspetti della vita personale e collettiva che non consistono in vere malattie del corpo, ma sono il risultato o di distorsioni delle relazioni sociali, o di anomalie della vita collettiva che si traducono in effetti nocivi per la salute.
La medicina che sceglie di occuparsi soltanto della macchina corporea, dei guasti circoscritti presenti nella sua mirabile complessità, rischia di perdere di vista ogni riferimento al soggetto della malattia, alla persona del malato, al rapporto della malattia con il mondo del paziente, che la malattia altera: ma anche con la risposta che la malattia riceve dagli altri e dall’insieme curante.
Le dimensioni evocate sono di grande importanza per definire il campo entro cui l’atto medico prende forma concreta. Nel ricordare e valorizzare gli aspetti menzionati, la psicoanalisi si muove in una direzione decisamente antropologica. La psicoanalisi critica il lavoro clinico impersonale, che conferisce al lavoro psichiatrico un aspetto alienante particolarmente contraddittorio rispetto alla necessità di capire, interpretare e valutare le molte variabili in gioco.
Rispetto ai problemi accennati, la psicoanalisi si è trovata, e continua anche oggi a trovarsi, di fronte a una duplice possibilità. Essa può ricercare l’integrazione con le pratiche sociali e tecniche della medicina, col rischio di disperdersi e di essere neutralizzata per assorbimento. L’integrazione critica e semplicistica della psicoanalisi con la psichiatria comporta la riduzione della psicoanalisi a formule, con le quali finisce per corroborare i quadri della psichiatria corrente, anziché illuminarli di una luce nuova e significativa, andando “oltre” la semplice constatazione morfologica del sintomo. E questa è l’altra alternativa, quella che a mio parere si dovrebbe perseguire.
Non mancano esempi caratteristici di un’integrazione semplicistica, quando vediamo nei Trattati di psichiatria in una marginalità facoltativa. Si pretende di trasformare la psicoanalisi in psicologia sperimentale, in psicologia dinamica, di attribuirle, nei discorsi sulle “indicazioni”, una funzione minima e dall’efficacia dubbia o comunque riservata a pochi infelici benestanti nevrotici o con disturbi della personalità. Viene in tal modo negata la portata teorica e clinica delle sue scoperte e della sua considerazione della sofferenza psichica in funzione delle sue concezioni dello sviluppo e della relazione clinica.
Il “prolungamento” sull’osservazione clinica istantanea dello psichiatra, che l’osservazione psicoanaliticamente orientata richiede, comporta una trasformazione dello sguardo dell’osservatore e apre, attraverso una considerazione dialogica del male, a una trasformazione dell’intero assetto clinico.
Anche in psichiatria il riferimento psicoanalitico rischia di restare esteriore, una forma di oggettivazione come le altre, che non agevola né la comprensione del paziente, né l’intervento su di lui. Abbiamo così una spiegazione o un’interpretazione in più, insieme a tante altre risposte; oppure la psicoanalisi riesce a interrogare in modo nuovo l’esperienza e anche l’osservatore clinico, e non solo il paziente. È certamente questo il compito principale di una “psicoanalisi senza divano”, secondo l’espressione di Racamier.
Credo di poter dire che nel nostro paese il vero inizio dell’interesse della psicoanalisi per le istituzioni della psichiatria si è intrecciato, anche conflittualmente, col movimento di critica dell’istituzione manicomiale. La psicoanalisi è stata, dopo il 1960, il risvolto tecnico di una critica politica e insieme scientifica ed epistemologica, a una psichiatria dal contenuto scientifico dubbio e che pretendeva di parlare di malattie mentali come di realtà materiali, malattie che si hanno, malattie in ultima analisi cerebrali. Così le aveva intese Kraepelin, isolandole dagli elementi personali, psicologici, contestuali e micro sociali, che sono invece di importanza patogenetica decisiva. Fra questi elementi inosservati ma determinanti, la stessa psichiatria istituzionale figura come importante e a lungo inconsapevole componente patogena.
Per la psicoanalisi il paziente psichiatrico richiede allo psichiatra tempo, presenza, pazienza e disponibilità. Anche se si pensa allo psicotico, allo schizofrenico, come a una monade autistica (cosa che in realtà non è mai, perché è pur sempre partecipe di contesti relazionali e situazionali per lui problematici e che lo includono o lo escludono attivamente), occorre dedicargli tempo per ascoltarlo e interagire con lui.
La psicoanalisi nelle istituzioni può svolgere ruoli decisivi e molteplici, come è ormai ampiamente acquisito. Si può ritenere in termini sintetici e generali, che essa sia una grande articolatrice di quel modello bio-psico-sociale, che sta a fondamento di ogni approccio psichiatrico e che tuttavia crea con facilità scissioni e costanti fraintendimenti.
Un grande strumento, che si è venuto affermando entro le istituzioni da parte degli psicoanalisti-psichiatri che vi operano, è la discussione dei casi clinici con il gruppo costituito dalle varie componenti professionali che operano nel dispositivo terapeutico. Penso che questo sia da considerare il principale mezzo per permettere, anche a persone non formate attraverso un’analisi personale, di avere una visione del caso clinico che includa le fantasie inconsce del paziente e dei curanti. Il gruppo di discussione psicoanaliticamente orientato è uno strumento insostituibile nel lavoro istituzionale, ma certo non rappresenta l’unico contributo dalla psicoanalisi alla psichiatria, anche se lo ritengono il mezzo più efficace per attivare una percezione psicoanalitica nel lavoro psichiatrico.
In realtà non c’è aspetto delle conoscenze psicopatologiche che non trovi nell’elaborazione psicoanalitica qualche forma di chiarimento decisivo. Tutto può e deve essere vagliato: il significato di certe scelte cliniche o di certi modi di vedere, la correlazione di livelli esperienziali eterogenei, l’attenzione agli effettivi bisogni dei pazienti, che richiedono di essere intesi e configurati correttamente, il gioco fra gli stili cognitivi dei pazienti, gli stili istituzionali e i nostri pregiudizi…
Occorre osare delle forme di comprensione inusitate, delle ipotesi sui significati personali e relazionali dei sintomi, cogliere la loro ripresa transferale nei gruppi e gli infiniti equivoci che si possono generare da tutto questo. A queste appassionanti questioni ho dedicato parecchi studi nel corso degli anni.
Vorrei ricordare un episodio per me indimenticabile e significativo nel corso di una conferenza alla quale ero stato invitato come relatore in una Clinica Neuropsichiatrica italiana. Eravamo all’inizio degli anni ‘70. In quell’occasione, illustrando un caso di ipocondria da me osservato durante un suo ricovero in Clinica Psichiatrica, introdussi a un certo punto l’immagine “di una fetta di prosciutto nella quale si inscriveva una spilla da balia”.
Si trattava di un “oggetto bizzarro”, surreale, una rappresentazione il cui senso, perfettamente intuibile, era riconducibile a precise vicende traumatiche nella storia passata del paziente e in quella recentissima avvenuta nel corso del suo ricovero. Quest’oggetto bizzarro era inammissibile per la psichiatria di allora, e il fatto di doversene occupare in una relazione che pretendeva di essere scientifica, suonò assurdo ingiustificato alle orecchie di qualche ascoltatore. Eravamo in un anfiteatro accademico e non su un palcoscenico teatrale, e un’immagine del genere non poteva essere introdotta senza suscitare avversione. Eppure lo spazio culturale di una istituzione terapeutica e di una disciplina come la psichiatria deve accettare come possibile e significativa anche in una simile immagine, come anche quel pensiero marginale e bizzarro costituito dal sogno e dai contenuti.
Parole d’ordine di una clinica psichiatrica orientata dalla psicoanalisi sono la prossimità e la distanza relazionale, il senso e il non-senso si ciò che si dice, si osserva e si fà, i moti di identificazione reciproca, la costruzione di spazi di significazione non convenzionale, spazi mobili, sensibili ai bisogni, dove una nuova semeiotica personale e relazionale può prendere corpo, e dove si ammettono forme di articolazione Io-Corpo-Modo inedite e perturbanti. Ciascuna di queste parole o proposizioni richiederebbe un lungo commento.
La clinica deve anche diventare, con l’aiuto della psicoanalisi, un luogo di costruzione o d’invenzione di storie, di ipotesi di lavoro che permettano di mettere in prospettiva un caso isolato e enigmatico, rispetto al suo passato e a un suo futuro possibile. Abbiamo bisogno in psichiatria non solo di contenitori pervi e transitabili, ma anche di luoghi di interazione affettiva, dove si possano individuare le vicissitudini dell’odio e dell’amore e dove la fiducia e le funzioni di sostegno e trofiche possano trovare un corretto sviluppo e un impegno a misura del paziente. Occorre che tutte queste possibilità si espandano, che gli affetti si esprimano e che si possa dialogare su di essi. Realizzare tutto questo è difficile nell’istituzione curante, ma niente affatto impossibile.
Non va comunque taciuto quanto sia diventato problematico nella realtà attuale dei servizi sviluppare queste forme di comprensione e di azione psicoanaliticamente orientata, che ritengo fondamentali per mettere il lavoro clinico sul proprio terreno corretto, che è quello relazionale. La formazione dello psichiatra dovrebbe trovare su questo terreno le proprie premesse.
Troviamo invece oggi nuove insidie nella psichiatria istituzionale, che ostacolano tutto questo.
Un breve esame permette di individuarle. Esse si compendiano in un certo numero di modelli:
• Intanto i modelli nosografici, neurodinamici, gli schematismi psicopatologici, quando sono invocati e impiegati per corroborare l’idea della malattia mentale come un prodotto essenzialmente cerebrale. Direi che neppure le oligofrenie e le demenze dovrebbero essere considerate dal clinico soltanto come malattie cerebrali. La rigidità di questi sistemi biologistici è incompatibile con una corretta formazione e anche con un’azione efficace.
• I modelli che rinforzano la negazione delle implicazioni personali dell’osservatore, dei suoi vissuti consapevoli e inconsapevoli, dell’elemento storico e attuale alla base della sofferenza del paziente. La negazione e il rigetto di queste dimensioni producono deformazioni dell’atto clinico incompatibili con il lavoro psichiatrico e terapeutico, come già Sullivan aveva osservato.
• I modelli che puntano alla redditività dell’impresa clinica, secondo una tendenza che caratterizza l’attuale orientamento della sanità, generando con facilità istanze contraddittorie e deteriori per la psichiatria. Si è passati in Italia da una psichiatria repressiva per poveri, sancita dalla legge manicomiale, a una psichiatria pubblica attenta prevalentemente alla resa economica dei servizi, almeno nelle intenzioni amministrative dichiarate. Chi si forma deve essere in contatto anche con queste componenti “esterne”, che condizionano fortemente il lavoro clinico, ma rischiano di passare sotto silenzio in una formazione “tecnica” incapace di coglierne gli effetti.
La psichiatria resta, al di là di ogni intenzione, il prodotto di istanze contraddittorie diverse. Basta riflettere sullo scarto che passa dai progetti obiettivi nazionali in tema di psichiatria agli orientamenti regionali che dovrebbero interpretarli, per scendere alle singole applicazioni aziendali, sino ad arrivare alle effettive pratiche locali e di una certa équipe.
Lo psicoanalista ha perduto, nello sviluppo di questo mezzo secolo, l’idea ambiziosa di una visione egemone della malattia mentale, che del resto avrebbe fatto bene a non avere mai, e che certamente non aveva Freud. Noi oggi sappiamo che la cura delle gravi psicosi non può avvenire adeguatamente con l’esclusivo riferimento alle pratiche e ai metodi della psicoanalisi. Se ammettiamo l’impiego degli psicofarmaci, se abbiamo bisogno di ricorrere al ricovero e all’intervento psichiatrico, dobbiamo prendere atto che la psicoanalisi da sola non può tutto.
D’altra parte non si può accettare la psichiatria “imperial-regia” del neo-kraepelinismo: una psichiatria asservita alla logica del consumo psicofarmacologico e al primato dei metodi pseudo-obiettivi che l’osservazione impersonale dei fenomeni morbosi tende a promuovere con ogni mezzo. Agli psicofarmaci si deve in ogni caso molto, se continuano a svolgere un ruolo decisivo nel rendere possibile la cura e la gestione delle malattie più gravi senza l’impiego della costrizione.
Infine non si dovrebbe neppure confondere la cura degli ammalati di mente con il loro intrattenimento sociale o “riabilitativo”, dove in realtà la mira terapeutica si riduce a una gestione “dolce” e insieme sempre più economica di malattie ritenute immedicabili e inguaribili.
Dopo quasi un quarto di secolo dalla legge 180, la psichiatria rischia di assumere nuovamente toni sbrigativi, favorendo una gestione minimalista, e di riproporre un nuovo custodialismo disseminato, che rinuncia a veri intenti terapeutici.
In contrasto con tutto questo, la psicoanalisi mantiene dei compiti importanti, che schematizzerei così. La psicoanalisi deve oggi sviluppare le seguenti finalità:
Funzioni della Psicoanalisi per la Psichiatria
1. Affermare la necessità della comprensione partecipativa a ciascun caso.
2. Superare le difficoltà della comprensione partecipativa entro ciascun caso e nell’istituzione terapeutica.
3. Contribuire con i suoi metodi alla formazione clinica dell’operatore.
4. Valorizzare la specificità del rapporto della malattia mentale rispetto alla relazione clinica e ai fattori inconsci che la regolano, rispetto al gruppo sociale, con particolare riguardo ai poteri all’interno della famiglia e nel gruppo sociale allargato, incluso il dispositivo terapeutico.

Ho cercato di decantare e condensare i temi e i problemi del rapporto psicoanalisi/psichiatria che mi sembrano più rilevanti e ai quali gli psichiatri orientati dalla psicoanalisi hanno fornito e continuano a fornire importanti contributi.
La psicoanalisi, se le si darà lo spazio e il tempo che la cura della malattia mentale richiede, ha dinnanzi a sé un lavoro formativo interminabile, al quale affidare molti aspetti della dimensione solidale dei rapporti sociali: non solo in psichiatria, ma in generale nell’elaborazione di un’etica della ricerca scientifica che rispetti le esigenze più elevate della persona.

 

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