Cura ut valeas

di Marina Garavelli

Ogni organismo biologico sente il bisogno di cura, forse anche le pietre; di certo, anche il nostro pianeta.

Poi c'è l'essere umano che nasce emotivamente delicatissimo, cognitivamente indefinito e ha sempre la necessità di qualcuno che si prenda cura di lui, lo accolga affettivamente e lo accompagni nell'uso delle mani, del cervello, del linguaggio e della mente, così come nell'apprendimento dei rapporti sociali e delle relazioni con il mondo.

Tentare di determinare e descrivere ogni forma di Cura, dalle tante teorie e all'infinità di pratiche, giungendo a considerare anche l'irrazionale, mistico o magico, è sicuramente impossibile. E, tuttavia, dovendo allargarsi a considerare paradigmi e approcci integrati e complessi di Cura, non ci si può esimere dal passare, sempre e comunque, attraverso determinate esperienze individuali, sociali o intime, consce o inconsce, emotive o motivazionali, poetiche o etiche.

Forse, davvero, l'autentico significato della nostra esistenza prende forma essenzialmente dalla qualità della Cura che riserviamo a noi stessi, ai nostri pensieri e alla nostra mente, al nostro cibo e alle nostre azioni, alle nostre emozioni e ai nostri ideali (l'epimèleia heautou di Socrate, Epicuro, Seneca, Galeno, Foucault, Hadot) ma, anche e certamente, dall'attenzione e dalle premure che riserviamo alle altre persone, agli animali, e in generale a tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta nella sua infinità cosmica.

La storia del concetto di Cura ha radici molto antiche: nella tradizione greco-romana indicava la figura allegorica descritta da Gaio Giulio Igino nel I secolo d.C., poi ripresa da autori diversi tra cui Herder, Goethe, Burdach, Heidegger. In particolare, la proposta di Igino nelle Fabulae, racconta che “Cura”, passeggiando distratta lungo un fiume, non si trattenne dall'immaginare di impastare un po' di fango argilloso per dargli una sagoma. Da quel gioco così innocente originò un'opera che affascinò anche il divino Giove il quale, interpellato dall'inquieta e audace Cura che era alla ricerca di un nome degno per la nuova creatura avendone intuito il significato oltre al fango, assai interessato, suggerì prontamente il proprio nome. Ma anche Terra, alla quale non era sfuggita la potenzialità del suo contributo, ne percepì, allora, l'importanza e condivise immediatamente, non più del tutto indifferente, l'interesse di Giove, facendosi avanti a proporre il suo, di nome, proprio mentre Cura, anch'ella non poteva più non rivendicare i “diritti d'autore” della sua invenzione.

Come sempre, nelle fiabe e nei miti, a dirimere ogni dubbio intervenne un saggio giudice, in questo caso Saturno che, interpellato dai tre contendenti, così sentenziò: “Tu, Giove, che a quella forma hai dato lo spirito, il suo spirito riceverai alla sua morte; così come tu, Terra, che le hai dato il corpo, riceverai il corpo; ma siccome fu Cura ad intuirla e formarla, sarà Cura a possederla nel suo cammino in vita. In quanto al nome, invece -continuò Saturno- si chiamerà homo perché di humus è stata fatta”. Così narra la favola di Igino che, come ogni favola si apre a molteplici interpretazioni senza preclusione alcuna.

Dal Novecento, la Filosofia Personalista e Fenomenologica hanno assai contribuito all'umanizzazione, ponendo al centro la “Persona”, la corporeità e il contesto vitale. Ogni uomo è unico e irripetibile, insostituibile.

Sin dai primi anni del 2000, poi, si comincia a sentir parlare di umanizzare la medicina e di Medical Humanities, con l'intento di affrontare il tecnicismo esasperato e il moltiplicarsi di conoscenze scientifiche non sempre definibili come “a servizio dell'uomo” considerato come fine ultimo e non come mezzo.

Ma oggi, un uomo che cos'è?E tra vent'anni sarà ancora così?

Ovvero, un essere che non è solo uno tra molti o parte di un tutto, da una parte potendosi sottrarre alla molteplicità, alla numerabilità, alla geometria e alla parzialità delle sue funzioni, superandole con il suo genio e la sua perspicacia, dall'altra, avvertendo e sentendo le emozioni di quella mancanza sottrattiva che inizia al momento del parto, con quell'urlo che caratterizza ogni nascita alla vita, ma anche ogni primo, inevitabile, “abbandono”.Nella nostra epoca definita postmoderna la cultura si caratterizza sia per la messa in discussione dei vecchi valori sia per la ricerca di nuovi valori e stili di vita, che pure sempre favoriscano il rapporto con se stessi, con gli altri e con il Pianeta, relazioni e globalizzazione armoniche, costruttive e sostenibili.

Alle porte del transumanesimo, converrebbe, allora, forse, insistere a discutere di vecchi e nuovi valori che caratterizzino il bisogno, il diritto e il dovere di “cura”, magari anche per identificarne eventuali limiti (le risorse sono, infatti, già ridotte al lumicino), sottolineando e sottintendendo che ciò di cui ci si prende cura e il modo in cui lo si fa, esprimono la nostra libertà, in un circolo di reciprocità che, in base alle nostre scelte, può dichiararsi tanto virtuoso, benevolo, beneficente e solidale, quanto inquietante, emarginante, segregante o catastrofico.

Se alcune delle caratteristiche della Cura sono intuitive, istintive, difficili da determinare e indipendenti dai fatti, molte altre, invece, passano attraverso l'importanza di una corretta prevenzione (cibo, abitudini, movimento), di una buona salute (sistemi sanitari) e di un'adeguata formazione mentale, o meglio, educazione della persona, al rispetto di Sé, degli Altri e della Terra.Potrà ancora, l'uomo, grazie alla sua capacità di intuizione, tra istinto e intelligenza, creatività e simpatia, tentare di avventurarsi alla ricerca di realizzazione, rinviandosi a rispondere a sé, agli altri, agli animali, al pianeta, nella responsabilità di muoversi e di prendersi cura di ciò che deve e può divenire? Siamo consapevoli di come ci stiamo prendendo cura del presente e del futuro? Dalle scelte che mettiamo in atto conseguiranno modalità di cura vantaggiose e/o svantaggiose, che in qualche modo saranno in grado di determinare la nostra modalità evolutiva, ovvero, la “forma” dell'umanità tra le infinite diverse forme possibili.

Sapremo o potremo ancora superare il conflitto tra possibilità e impossibilità, tra capacità e incapacità?

In sintesi, oggi si sostiene che l'essere umano si forma e “si costruisce”, sfruttando le potenzialità che la biologia indubbiamente gli fornisce; il suo cervello sviluppa alcune potenzialità enormi (sinapsogenesi, neurogenesi e plasticità) che, attraverso la cultura e una buona educazione, potenziano o “sfrondano” ciò che egli reputa possa servirgli, oppure no, all'interno di un determinato tipo di società, per “fare” l'umanità.E allora, come “curare” l'uomo?Non si intravedono certamente né uniche soluzioni universali, né una via maestra, se non quella di educare alla cultura (del cibo e della mente), all'apertura, alla comunicazione, alla responsabilità e alle scelte consapevoli e intelligenti, che sappiano leggere e guardare, dentro, tra e sopra le opinioni, i pregiudizi e gli interessi del qui e ora. L'uomo conosce, agisce e spera: ragione pura, ragione pratica e giudizio. L'uomo non solo deve conoscere i “valori”, ma ad essi deve anche essere educato, poiché su di essi si fondano i principi che, a loro volta, fondano le sue “scelte”.Allora, il prendersi cura, oltre il to care e il to cure, altre a disease, illness e sickness, passa attraverso un sentimento antico, autentico, poetico, personale e universale. Amore vivo e vivente che è una questione altra, e oltre, al qui e ora.

L'idea di “prendersi cura” significa, “divenire persona”, superare il ripiegamento su se stessi, sulla propria indolenza, sulla propria astenia, inettitudine e rassegnazione che sono esperienze statiche che non sanno riconoscere altro. Narciso morì, affogando nella propria immagine riflessa senza altra possibilità, braccato nel vuoto e senza preoccuparsi di distinguere l'immagine dalla realtà, né la salute dalla malattia, senza curarsi della fatica del divenire, e neppure della fatica di guarire.

Esperienze statiche che non vogliono riconoscere altro, e non vogliono fare i conti né con i propri devo, né con i propri posso, nessuna responsabilità, nessuna possibilità, nessuna poesia e nessuna gioia. Nessuno slancio verso l'altro, nessuna motivazione, niente amore: nessuna cura.Oppure …, cura delle apparenze, in un mondo sempre più virtuale.

Curate ut valeatis!