BULLISMO E PAURA DI CRESCERE. 

OVVERO, L'"INCAPACITA' CAPARBIA" DI DIVENTARE ADULTI SI FA REATO 

 
 Quando si diventa adulti? Quindi, responsabili? Nel momento in cui la legge decide che sei punibile? Quando hai compiuto i 18, i 16, i 14 anni, dunque?
 
Di fronte a questioni complesse come la realtà del “bullismo” ci prende lo sgomento perché ci pare di assistere ad una violenza che oltretutto non ha giustificazione alcuna. È la mancanza (apparente, almeno) di una logica sottostante che ci priva persino dell’illusione di poter apportare un qualche rimedio.
 
Se non riusciamo a conferire un significato ad una esperienza ci sentiamo inermi. Ed è proprio per reagire a un senso angosciante di impotenza che finiamo spesso per appellarci al discorso giuridico ultima istanza che soddisfa il nostro bisogno intrinseco di sicurezza, presumibilmente, estremo baluardo per esorcizzare la paura dell’ignoto.
 
Ed ecco che da più parti s'invoca ormai il “reato di Bullismo”, nuova fattispecie penale chiamata ad arginare questo fenomeno ormai troppo dilagante (e tuttavia ancora sottovalutato) tra giovani e giovanissimi. I buoi sono scappati dal recinto e allora non resta che affidarsi alla legge (e ai suoi rigori) affinché ci tolga dagli impicci. Dunque, alla norma giuridica ancora una volta ci si aggrappa disperatamente per “identificare” finalmente e in modo inequivocabile «l’immaturo», il «maturo», il «capa¬ce», l’«incapace», il «responsabile», il «non responsabile». Ma non avevamo superato questa tendenza ad appiattire il discorso sociale e psicologico (e “clinico”, aggiungerei) sul discorso puramente giuridico? Voler aumentare la categoria dei reati non rientra in quella attitudine più generale a voler creare “categorizzazioni sociali” che servono unicamente al nostro bisogno intrinseco di semplificare una realtà che non riusciamo spesso a dominare, tanto è astrusa e sfuggente? Poiché il fenomeno del bullismo è troppo complesso e potenzialmente l’intervento è multifattoriale allora sembra più comodo utilizzare la scorciatoia di trasformare i bulli in “pubblici accusati”. “L’incriminazione” assurge a panacea di tutti i mali. Ci è utile questo approccio per arginare il fenomeno del bullismo? Oppure è sempre il nostro solito bisogno di vendetta che stiamo tentando di soddisfare? Non ne farei una questione morale, ma puramente di pratica quotidianità dove  “risentimento e vendetta” purtroppo stanno sempre più spesso diventando l’unica risorsa che ci rimane per reagire alle storture di questo mondo. Tristissimo! Non vi pare? Oltre che cognitivamente poco economico: l’odio è faticoso, ti priva delle energie psichiche necessarie per poterti dedicare con profitto al tuo personale progetto di vita.
 
Allora, incastriamo i colpevoli, inchiodiamoli alle circostanze e vediamo l’effetto che fa. Ma non può bastare fatalmente. Allora, bisogna sforzarsi di “ragionare al di là della norma giuridica”. Non può essere il ring di un tribunale con le sue sentenze il territorio dove si consuma come in un duello all’Ok Corral lo scontro tra prepotenti e vittime. La questione non può ridursi ad una mera contrapposizione tra accusatori e imputati; ma è il teatro delle idee, quello dove si recita il confronto delle conoscenze e delle esperienze, l’unico spazio dove ragionevolmente si può venire a capo del problema, in linea di principio.
 
Sarebbe facile appellarsi alle questioni di identità, rischiando in tal modo di scadere nello psicologismo più bieco, per spiegare certi comportamenti aberranti di adolescenti e “adulti” assortiti (con il termine adulti mi riferisco ai soggetti che hanno compiuto i 18 anni secondo legge).
 
Il rischio è che il bullismo purtroppo finisca per trasformarsi in una di quelle partite che si consumano tra le speculazioni statistiche del sociologo, quelle contorte dello psicologo/psichiatra e quelle incupite e un po’ apatiche dell'insegnante.
 
Tuttavia, visto che siamo un po’ contorti, ma non troppo fumosi, dopotutto, azzardiamo che se è vero che i minori non hanno un’identità definita e dunque l'attribuzione della responsabilità penale e/o civile è limitata da oggettive risorse cognitive ed emoti¬ve dai confini ancora piuttosto indefiniti e instabili, dunque, ciò non può valere per i cosiddetti adulti che si presume abbiano acquisito da un pezzo quella “costanza dell’oggetto” che dovrebbe consentirgli un più realistico e sereno rapporto con il mondo e i suoi dintorni. Ma come sappiamo, il raggiungimento della maggiore età non è  garanzia di maturità e tantomeno, recitava “Eduardo”, lo sono i “capelli bianchi dei vecchi” sotto i quali non sempre dimorano l’autorevolezza dell’esperienza o la generosità disinteressata, ma l’egoismo e l’ipocrisia dell’uomo maligno che sfrutta la sua canizie per dissimulare i suoi vizi. E allora, quando i pensieri (pensati al di là della legge) non riescono ad incidere concretamente sulla realtà che si vorrebbe cambiare, rischiano, proprio a causa della loro irrealizzabilità (o presunta tale) di confluire (per frustrazione dei loro fautori) nei dispositivi “dogmatici” delle sentenze giudiziarie dove le legittime istanze di difesa della collettività da un lato, e i bisogni e le difficoltà del minore dall'altro, diventano motivo di conflitto irrimediabile e qualificati semplicemente in termini di «diritti» (quelli della vittima come rappresentante della collettività violata) e «reati o violazioni» (quelli dell’Altro, il minore bullo, ma non come rappresentante del “carattere prototipico della categoria dei furfanti minorenni”, si spera, non questa volta, almeno). Vista in questi termini la questione finisce per trasformarsi in un’antinomia davvero insanabile.
 
Persino certi manuali di diritto come anche quelli di psicologia (ma da quest’ultimo pulpito il proposito appare più scontato; qui si gioca in casa, per così dire) ci esortano a tenere nettamente di-stinta l'opera “correttiva” dall’azione penale. Il “ravvedimento” (ma mi verrebbe da dire meglio il “rinsavimento”) dell’adolescente bullo dovrebbe poter svilupparsi al di fuori delle mere controversie sull’imputabilità. 
 
Si possono invocare come causa del bullismo come per altre forme di “devianza” giovanile fattori aspecifici come la disintegrazione della fami¬glia, l'attuale siste¬ma economico-sociale dove impera una conce¬zione sempre più utilitaristica della vita, il narcisismo dilagante e l’allentamento di certi freni morali cui però normalmente si accompagna anche, all’insegna di un “bacucchismo” demagogico, il rimpianto per i bei tempi che furono e per la severità che li contraddistingueva (della serie: “si stava meglio quando si stava peggio” che altro non è verosimilmente che il rimpianto per la gioventù che fu). Non mi sentirei invece di invocare la povertà o l’emarginazione sociale tout court come cause prevalenti di certo degrado giovanile considerato che abbiamo appreso che i bulli fioriscono anche tra le fila delle classi superiori e più avvantaggiate della società. 
 
Mi convince di più l’ipotesi che l’adolescente rischia di essere precocemente adultizzato/a, perennemente a contatto diretto con un mondo degli adulti dove sei costretto a crescere troppo in fretta, tante volte pressato da “condizionamenti negativi e fascinosi”, “appresi” dalla stampa, dal cinema, dalla televisione e da internet che suggeriscono sempre più spudoratamente l’appiattimento delle coscienze e la massificazione delle identità, l’omologazione planetaria come precondizione assoluta per acquisire successo e potere (o anche soltanto per non subire l’angoscia dell’emarginazione) e dove tutto va ottenuto e consumato in fretta perché la vita è breve e va goduta sempre al limite pure a costo di calpestare tutto e tutti. Adolescenti che non posseggono un’identità, ma una “valenza di mercato”, che professano cinismo e disprezzo a tutto spiano, senza passioni, né ambizioni, precocemente delusi dall’esistenza, come se mille vite avessero già vissuto e più nulla possono aspettarsi e più nulla può scuoterli. Adolescenti abitanti del “pianeta degli svuotati”, appartenenti alla “tribù della non-partecipazione”, adepti della religione del consumismo acritico, che non avvertono più alcuna corrispondenza tra quanto si apprende in classe e quanto si intravede lì fuori dalle finestre delle loro aule fatiscenti. Giovani che si ritagliano una nicchia adeguata dove poter esercitare impunemente il proprio personale sadismo sui più deboli. 
 
Allora, se il problema è che si cresce troppo in fretta e non si ha il tempo di maturare un’identità stabile, fare del bullo un soggetto imputabile per la fattispecie di reato di “bullismo” non sarà in un certo senso come conferire una medaglia al reo adolescente? Insomma, sei grande abbastanza per essere accusato in tribunale del reato di bullismo. È come se gli conferissimo definitivamente la patente di adulto sancendo un ulteriore accelerazione al suo processo di crescita già troppo precoce di suo. E poiché di atti di bullismo si macchiano anche i minori con età inferiore ai 14 anni (età minima per essere imputabili) il “reato di bullismo” non porterebbe comunque ad una condanna vista la presunzione assoluta di non imputabilità del minore “infraquattordicenne”. A meno che non s’intenda abbassare ancora per legge l'età in cui un minore è con¬siderato minore. Tuttavia, atteso anche il sempre più precoce sviluppo della personalità dei minori, la legislazione prevede che si possano comminare delle “misure di sicurezza” ai minori di età inferiore ai 14 anni che si siano resi responsabili di reati “gravi”. Il bullismo sarebbe sicuramente un “grave” reato, immagino,  ma che produrrebbe comunque la prescrizione di misure di sicurezza, eventualmente già previste per i minori non imputabili. 
 
Gli esperti giuristi potranno meglio spiegarci allora quale vantaggio apporterebbe sotto il profilo della lotta al crimine e del recupero del minore questa nuova fattispecie di reato.
 
 Il ragionamento è un po’ contorto, lo ammetto, ma spero di aver reso l’idea. Quindi, se volessimo considerare il bullismo non come la sindrome di alcuni minori, ma come il sintomo, espresso già in tenera età, della “psicopatia o sociopatia” dilagante nella società degli adulti, come espressione in nuce, quindi, di uno stile di vita di intere generazioni (e non soltanto di quella attuale,dunque), allora il “reato di bullismo” starebbe lì a sancire definitivamente l’inizio della splendida carriera dell’ “imbecille morale” coronata, chissà, magari, anche, in un futuro prossimo, dal successo in politica in veste di Capo del Consiglio dei Ministri o come Mr. President of the United the States of America. Perché no? Le vie della perversione sono infinite, si sa. Ovviamente, trattasi di semplici provocazioni. Quando mai si vedrà un sociopatico a capo della Casa Bianca? Scherziamo? Fantapolitica!
 
Nel caso dei bulli e dei bulli minori sarebbe più saggio, secondo me, rispolverare un con¬cetto di responsabilità intesa non come responsabilità di qualcosa (il fatto, il reato), ma come re¬sponsabilità verso qualcosa (l'Al¬tro), in modo che la nozione di responsabilità e la sua consapevolezza non si esauriscano nel concetto angusto di imputazione semplicemente, ma si declinino in quello più fecondo ed edu¬cativo della relazione con qualcu¬no.
 
Occorre dare spazio ad un percorso che veda i soggetti in conflitto coinvolti in un progetto relazionale che non dovrebbe spettare certo ad un giudice tratteggiare. Qui non ci mancano i reati da punire, ma i progetti da impostare, semmai.
 
La “cura” qui non può essere una sentenza. Se partiamo dal presupposto che ciò che conta è produrre nel minore “coscienza sociale”, allora non si può invocare sempre il modello dell'imputa-zione-responsabilizzazione per generare nel minore tale splendida coscienziosità collettiva, e tanto meno tale schema può restituire dignità a chi ha certamente sofferto la pena dell’umiliazione e della privazione del rispetto di sé con tutte le conseguenze devastanti che le ricerche in questo campo hanno fatto emergere. 
 
Come tutti quelli che hanno esperienza di lavoro anche in Comunità di riabilitazione e cura so benissimo che l’intervento di un tribunale può in taluni casi essere necessario per dare al soggetto minore o adulto che sia che ha commesso atti che configurano fattispecie di reati, la giustificazione necessaria ad intraprendere un percorso di “riabilitazione”. Tuttavia, sappiamo benissimo che la sentenza che ti “obbliga” anche soltanto a “dimorare” in Comunità, una volta caduta sulla testa della persona come una tegola, deve essere necessariamente seguita dalla maturazione di un’adesione al progetto rieducativo. La persona minore o adulta che sia deve maturare la convinzione di lavorare per se stesso/a e non perché gliela ordinato un tribunale. La persona deve sentirsi parte del proprio progetto di vita, partecipe del piano di “rigenerazione” personale, senza sentirlo come un’imposizione del giudice o del curante  o dell’insegnante di turno. Non si tratta di prendere buoni voti per soddisfare le ubbie di genitori in preda all’ansia, né di evitare le ire del maestro severo. Qui si tratta di operare delle scelte consapevoli che ragionevolmente soddisfino il nostro bisogno intrinseco di “senso”. E ammesso ovviamente che il progetto rieducativo sia idoneo a consentire questo ribaltamento di prospettiva, s’intende.
 
Quello che vorrei sottolineare prima di tutto è che esistono già, secondo me, gli strumenti legislativi e giudiziari per contrastare le aberrazioni in cui possono degenerare certe relazioni tra pari.
 In questa sede prendo in considerazione soprattutto agli atti di “bullismo” che avvengono prevalentemente entro o nei dintorni del contesto scolastico e tralascio di discutere delle situazioni tipiche del cyberbullying.
 
E concordo che bisogna guardare al “bullismo” soprattutto come ad un fenomeno di “gruppo” perché se è vero che le prepotenze possono essere poste in essere da singoli alunni, è anche vero che le angherie possono essere fomentate dal coinvolgimento del gruppo dei compagni, che agiscono a sostegno del bullo o partecipando direttamente alla prevaricazione o isolando la vittima e mostrandosi indifferenti nei suoi confronti. Capita che il gruppo possa venire manipolato dal prepotente affinché più compagni partecipino alle prepotenze o perseguitino la vittima al posto del bullo (bullismo relazionale). 
 
E anche gli operatori che agiscono all’interno della scuola a vario titolo possono diventare purtroppo attori più o meno inconsapevoli di un clima di sopraffazione se non di vera e propria impronta criminogena.
 
Verosimilmente esiste anche una difficoltà tecnica per così dire nel fare del “bullismo” una fattispecie di reato tout court e questo probabilmente è anche uno dei motivi che ha, per così dire, inibito il parlamento nell’adozione di interventi legislativi più specifici. Difatti, si concorda oggi, che il bullismo non sia reato, ma una forma di interazione regredita o distorta (degradata) del minore rispetto al rapporto con gli altri e in particolare all’interazione con i coetanei (e anche con adulti) nelle formazioni sociali ove si dipana il suo percorso di crescita e di formazione (ad esempio, scuola, oratorio, palestra, gruppi sportivi, dormitori, tutti i luoghi di riunione dove periodicamente si svolgono attività sistematiche e continuative di gruppo).
 
Il problema principale è che i comportamenti definibili  “Bullismo” possono esprimersi nelle forme più varie e non sono delimitabili a priori; le caratteristiche che aiutano a individuarli e a distinguerli dallo scherzo, dai disordini caratteriali, dai dissapori usuali nelle comunità giovanili sono, “la costanza nel tempo e ripetitività, la asimmetria, il disagio della/delle vittima/vittime”, elementi che tuttavia non sarebbero sufficienti di per sé a configurare reati.
 
In più è anche vero che il limite tra prepotenza e scherzo, ad esempio, è poco definibile, e l’unico riferimento chiaro per discernere tra prepotenza e gioco rimane pur sempre il disagio della vittima. Sono pertanto i vissuti, le percezioni dei ragazzi/e implicati, a costituire i principali indicatori per distinguere le singole prepotenze dalle situazioni di bullismo. Gli insegnanti non devono preoccuparsi se quel tale atto del tale allievo è reato oppure no, ma devono preoccuparsi semmai di rilevare la sofferenza della vittima e valutare le sue cause e poi decidere il da farsi. 
 
Oltretutto esiste già tutta una categoria di comportamenti non catalogabili come “bullismo” (pur avendo con questo in comune le motivazioni iniziali, i destinatari, le condizioni in cui si manifestano) che è quella degli atti particolarmente gravi, che si configurano, però, come veri e propri reati. 
 
Aggressioni fisiche violente, utilizzo di armi o oggetti pericolosi, minacce gravi, molestie o abusi sessuali sono condotte che rientrano nella categoria dei comportamenti antisociali e devianti e sono reati di per sé e non sono definibili soltanto come “bullismo”.
 
 Vorrei rimarcare che non concedere al “bullismo” la “dignità di reato” non significa sottovalutarne l’abiezione, né minimizzare la gravità e pericolosità delle sue conseguenze sulla persona vittima. 
Nei reati in cui non vi è obbligo di denuncia  (quelli punibili a querela di parte, ad esempio) se non vi è la querela della persona offesa dal reato, supplisce opportunamente la scuola che valuta, insieme al servizio sociale, se non ricorrono gli estremi, negli atti dei presunti autori del reato, di comportamenti indicanti una atipicità dell’atteggiamento e del carattere, che suggerisca la trasmissione di informazioni alla Procura per i minorenni.
 
La scuola in linea di principio dal suo osservatorio privilegiato, dovrebbe rilevare le  situazioni di difficoltà, disagio, disadattamento, sofferenza dei propri studenti prodotti o no da fatti-reato, o che si rivelano reati “non procedibili” e quindi, la scuola avrebbe l’obbligo di avviare interventi di sostegno e di rieducazione al suo interno e di stimolare l’azione da parte di altre istituzioni competenti.
La scuola può segnalare direttamente alla Procura per i Minorenni la situazione del minorenne che, con i suoi comportamenti gravi, manifesti una “irregolarità della condotta e del carattere”, cioè un disagio sociale che faccia temere la caduta nella devianza vera e propria.
 
Oltre ad un eccesso di inquietudini relazionali nello sviluppo del ragazzo/a ci sono anche fattori temperamentali e familiari che favoriscono l’insorgere di comportamenti aggressivi che vanno sapientemente gestiti in un ottica di efficace risoluzione evolutiva. Quindi, la competenza psicologica deve essere necessariamente salvaguardata e il coinvolgimento delle ASL di competenza nella gestione di tali problematiche è ineludibile. 
 
Ciò che, più conta qui per il nostro discorso è che la - Procura evidenzia il corretto inquadramento della condotta di c.d. “bullismo” in una specifica figura di reato o meno -. In caso positivo, la fattispecie viene trattata come condotta di reato, anche se inserita in un contesto di “bullismo”.  E ancora: il Tribunale per i Minorenni ha competenza sia civile, che penale, che rieducativa. Nella competenza penale giudica i minorenni che hanno compiuto fatti qualificati come reati e rinvia a giudizio cioè sottopone a processo penale il minore autore di reato.
In sede civile è risarcibile il danno morale, il danno biologico, il danno esistenziale.
 
Quindi, anche   il  minore,  se  ritenuto  capace  di  intendere e  di volere  è  chiamato  a  rispondere  degli  atti di  bullismo che sfociano in veri e propri reati, insieme ai genitori,  agli  insegnanti  dell’amministrazione scolastica e  ai genitori. 
 
Nella competenza rieducativa l’obiettivo primario del legislatore è quello di evitare la condanna. Nella competenza rieducativa, il Tribunale Min. richiede l’intervento del servizio sociale perché accerti le cause del disadattamento del ragazzo/a e se ritiene la necessità di interventi, dispone che il servizio sociale attui un progetto di sostegno che, con il coinvolgimento del nucleo familiare, aiuti il ragazzo/a a riprendere un percorso di crescita corretto. Può anche disporre il collocamento del minore in comunità, e tale collocamento non è da intendersi in questo caso come una misura restrittiva penale, bensì come un intervento rieducativo.
 
Tuttavia, il limite degli interventi rieducativi è che, se l’adolescente e la famiglia non collaborano, o non rappresentano una risorsa valida da utilizzare allo scopo, non vi sono sanzioni (e che tipo di sanzioni vuoi infliggere ad una “famiglia che non c’è?”), e il Tribunale per i Minorenni può alla fine solo dare atto della impossibilità di rieducazione. Ed è a questo punto che si da attuazione della condanna.
 
Se però vediamo il bullo come l’esponente designato ad esprimere il disagio di un intero gruppo, allora potremmo verosimilmente vedere il bullismo come un indizio dell’aggravamento di conflittualità in atto all’interno del contesto scolastico.
 
Il conflitto può degenerare in forme patologiche e avere ricadute devastanti sulle relazioni e sull’ambiente se non gestito precocemente. Prevenire e affrontare il bullismo, dunque, significa non solo identificare vittime e prepotenti, ma affrontare e intervenire sul gruppo dei pari nel suo insieme coinvolgendo i genitori degli studenti e tutti i docenti e altro personale scolastico. Ciò che risalta in questo discorso come elemento fondamentale è la valida, completa e consapevole “ristrutturazione” dell’ambiente sociale mediante l’attuazione di interventi mirati sul gruppo classe, gestiti in collaborazione con il corpo docente, il Dirigente Scolastico, il consiglio di classe, i collaboratori scolastici, gli studenti, i genitori, ognuno nel rispetto del ruolo e delle competenze propri.
 
Evidentemente certo esercizio di pensiero lo avevamo maturato in Italia “nel nostro piccolo giuridico e psicologico” ben prima che la National Academies of Sciences americana ci desse la buona novella scientifica divulgata nell’eminente rapporto Preventing Bullying Through Science, Policy, and Practice. E lo dico con tutto il dovuto rispetto, s’intende.
 
In più, i casi di bullismo verificati saranno subito sanzionati, sollecitando il ricorso a disposizioni disciplinari tendenti alla riparazione, e che si risolvono in mansioni a favore della comunità scolastica.
 Ancora una volta le sanzioni disciplinari proposte dalla scuola non sostituiscono né sono surrogatorie di eventuali sanzioni penali se il comportamento violento e prevaricatore si configura come reato, né quelle civili per eventuali danni ingiustamente causati a cose o a persone (Fonte principale Ministero di Grazia e Giustizia).
 
Dunque, a parte le note tecnico-giudiziarie che spero di aver sintetizzato abbastanza correttamente, mi pare che l’accento sia comunque posto sul dialogo tra scuola e famiglia per la creazione di un intervento educativo sinergico che è condizione necessaria che prelude agli interventi dei servizi psico–socio-educativi presenti sul territorio.
 
Allora, cosa dovrebbe aggiungere di più il “reato di bullismo” a quanto già prevedono le leggi e la prassi correnti? Invece di far funzionare al meglio gli strumenti a disposizione diamo sfogo a tutta la scaramanzia giudiziaria possibile. La legge come una sorta di amuleto per esorcizzare il male e ingraziarci il favore degli dei. E poi ci pensi Iddio! E poi, se lo scopo di istituire una nuova fattispecie di reato è la velocizzazione dei processi dubito che si riuscirà nell’intento. Posso immaginare che la legge presumibilmente dovrebbe al massimo munirci della “imposizione coattiva” fornendoci gli strumenti coercitivi che permettano di ottenere la collaborazione del minore e della sua famiglia nel corso di un “intervento rieducativo” deciso dal tribunale dei minori. Rimane il piccolo problema che il cambiamento non è questione che può essere imposta dall’autorità giudiziaria. Il cambiamento, sentenza o no, è pur sempre il risultato di un paziente “processo” di condivisione e motivazione autentiche da parte del minore e dei suoi familiari quando “presenti”.
 
Alla fine, alcune considerazioni emergono, mi pare: 1) Una sinergia di intenti e di decisioni dell’istituzione giudiziaria, dell’istituzione scolastica, del servizio sociale e sanitario, della famiglia. 2) Il buon senso e persino la legge medesima e i suoi meccanismi di intervento ci dicono che la scuola e la famiglia sembrano le due istituzioni, maggiormente coinvolte nella rilevazione e controllo di certi comportamenti devianti. 3) Ma soprattutto è la scuola che assurge a Deus ex machina della situazione, mi pare. Quindi, è a quest’ultima che dovremmo rivolgere le maggiori attenzioni, verosimilmente. 
 
Ma la scuola attuale possiede gli strumenti che permettono di riconoscere, esprimere apertamente e gestire la conflittualità al suo interno in una prospettiva evolutiva sistemica del singolo e dei rapporti tra pari?
 
Può l’azienda-scuola tutta presa, come tutte le buone aziende che si rispettino, del resto, dal far quadrare i propri bilanci e sempre in preda ad una crisi di finanziamenti, occuparsi efficacemente anche di dinamiche individuali e di dinamiche di gruppo? Soprattutto quando tutte le tue energie sembrano prosciugate dall’esigenza di pareggiare i “costi del lavoro”? Unico costo, quest’ultimo, della produzione d’impresa su cui sembrano ruotare paradossalmente persino le imprese che si occupano di servizi alla persona, oltretutto.  
 
La scuola è un’istituzione politica, è stato detto, se per “politica” intendiamo quell' “attività che ottiene il concorso di altri uomini e donne per la realizzazione di un fine o un progetto”. È comunque “politica” l’azione di qualsiasi istituzione il cui fine è “la costituzione o il mantenimento di un aggregato umano in quanto tale. La politica così individuata dovrebbe esprimere il suo massimo potenziale nelle organizzazioni sanitarie e nella scuola. E cosa è la scuola se non prima di tutto un “edifico antropico” dove si costituisce e si consolida un aggregato umano di operatori scolastici e studenti? In questo senso, “politico” è anche il progetto di presa in carico di uno studente bullo e della sua classe o di un “bullo reo” perché il “progetto di riabilitazione” gode della convergenza di varie “volontà” ovvero di competenze professionali diversificate il cui fine principale è sempre il benessere e la qualità di vita dello studente, del reo, del malato.
 
Ma la scuola si dice anche che sia un’impresa, anzi un’azienda dove non più presidi da libro “Cuore” e vetusti direttori didattici, ma dinamici “dirigenti” della pubblica amministrazione con ruolo e funzioni del “datore di lavoro” sono responsabili della gestione delle “autonomie scolastiche”. La scuola nonostante tutto, rimane pur sempre un impresa, d’accordo, ma con una spiccata vocazione “etico-sociale” da non sottovalutare, e in quanto “azienda” il suo fine non può non essere fatalmente  anche quello di creare profitti e, dunque, valore per i suoi azionisti più diretti. Che in questo caso dovrebbero essere i suoi studenti, ovviamente, come potenziali rappresentanti delle “future classi dirigenti, per di più (la comunità dovrebbe rappresentare l’azionista indiretto).
 
Quindi, in linea di principio, diciamo che la scuola è una di quelle imprese con il compito specifico di migliorare la società, a voler essere proprio pedanti, in quanto da brava impresa e attraverso la presa in carico dei rappresentanti “minori” della collettività propone programmi per lo sviluppo (sociale) della comunità locale e nazionale più nel suo complesso. Quindi, la funzione dell’istruzione scolastica è primariamente quella sociale nel senso che incide notevolmente anche sul versante economico della comunità, ad esempio formando e attirando, in seconda battuta, cervelli e manodopera qualificata. Quindi, la scuola è una di quelle imprese dove in linea di principio, risultati tecnico-produttivi; risultati economici; risultati sociali, esprimono la loro massima sintesi. Ovviamente, la natura unitaria del sistema-azienda-scuola impone, come non mai, di valutare  i diversi criteri di risultato non separatamente, ma congiuntamente in una prospettiva sistemica e nel lungo periodo.  In particolare la formazione di buoni studenti e cittadini intraprendenti e svegli, in particolare, non mancherà di ripercuotersi positivamente anche sui risultati economici dell’impresa scuola prima e della società poi.
 
E qui casca l’asino, cioè la scuola, voglio dire, perché l’etica dei valori si collega con l’economicità soltanto quando l’orizzonte temporale coincide con il lungo termine, cioè l’attitudine a guardare lontano è propria di chi possiede una visione strategica che risulta funzionale all’affermazione di valori forti (il benessere della collettività e la sua sostenibilità per le generazioni future, la continuità dell’impresa, il rispetto della dignità delle persone e dell’ambiente). Invece pare che l’ottica dominante nella scuola attuale sia quella di breve periodo, quella che tende a favorire i risultati più rapidi e riconoscibili con un comportamento più marcatamente egoistico ed opportunistico. Insomma, la strategia dell’azienda scuola attuale sembra dominata semplicemente dall’esigenza di non fallire, cioè quella di sopravvivere a tutti i costi. E non è un bel vivere soprattutto per giovani studenti nei quali c’è talune volte “un’urgenza (morale?) che va cercata dalla parte dell’azione” e questo può diventare un guaio tante volte.
 
Quando si trattano gli studenti alla stregua di meri “stakeholders” (portatori di interessi) non ne può venire niente di buono. Oltre tutto gli studenti si  trovano nella scomoda e ambigua posizione di stakeholders primari e secondari insieme in quanto da un lato sono una componente necessaria alla sopravvivenza dell’impresa scuola, essi sono interessati in modo diretto all’attività aziendale e ne assumono un ruolo fondamentale (non fosse altro che per la necessarietà della loro presenza fisica in aula), dall’altro lato però gli stakeholders-studenti in quanto incarnazione delle generazioni future non sembrano avere granché influenza diretta sullo svolgimento dell’attività aziendale. Al danno… la beffa! 
 
E che tipo di bilancio “sociale” presenterà l’azienda scuola ai suoi studenti? Quale sarà la ricchezza prodotta che l’impresa ha distribuito ai suoi allievi-stakeholders? A parte gli stipendi e altre prebende di vario genere al personale scolastico e ai fornitori esterni di materiali vari, voglio dire, dov’è la ricchezza distribuita nel “periodo amministrativo”? Che tipo di qualità delle relazioni esistenti tra l’impresa e gli stakeholders-studenti emergerà da questo consuntivo? Qual è il valore aggiunto prodotto con l’attività aziendale e come è stato distribuito agli stakeholders-studenti con riferimento specifico sempre agli aspetti sociali? Qual è stato il contributo diretto e indiretto degli stakeholders-studenti alla gestione dell’impresa? Sono stati gli stakeholders-studenti messi nelle condizioni di poter esprimere un valido contributo? E se gli studenti non hanno prodotto il valido contributo che ci si aspetta siamo riusciti ad individuare le cause di questo stallo? Quali sono le strategie indicate per migliorare la situazione? È riuscita l’impresa scuola a coniugare i propri interessi particolari con quelli più ampi degli studenti (e tralascio gli interessi della comunità) migliorando la qualità della loro vita e dei loro processi cognitivi, eventualmente, e le prospettive di futuro?
 
Questa scuola-impresa con la sua etica sempre incerta tra deontologia e utilitarismo dove i bulli possono trovare terreno fertile per attecchire. Dobbiamo essere pratici ancora una volta e tenere a freno gli afflati idealistici. Forse stiamo caricando la scuola di aspettative morali o educative banalmente eccessive, soprattutto se pensiamo che le imprese educative più funzionali si sono ormai spostate su internet, tuttavia, “bisogna sempre guardare molto in alto se vogliamo almeno sperare di elevare il livello medio dei nostri sguardi”.
 
Qui non si tratta di appellarsi all’etica kantiana con il suo carattere assoluto che non tiene conto delle conseguenze della sua applicazione. Ben venga anche nell’ambito dell’istruzione l’etica utilitaristica dell’economia aziendale, a patto che tenga conto delle conseguenze dei comportamenti adottati e che massimizzi gli effetti positivi delle azioni compiute. Concordo che il comportamento morale non può mai prescindere dall’obiettivo di produrre i massimi benefici per tutti coloro che ne sono coinvolti.
 
L’etica utilitaristica inserisce, quindi, degli elementi di relatività e d’incertezza tipici della complessità del reale, perché inserisce una valutazione soggettiva (migliore risultato per il singolo studente e per la collettività), senza condurre a giudizi assoluti o a programmi universali buoni per tutti. Ma l’etica utilitaristica in ambito scolastico non può neanche ridursi, secondo me, alla mera sopravvivenza del sistema, alla logica del “tiriamo a campare” di professori e altri operatori scolastici. Il rischio che la scuola si trasformi in un centro di reclutamento per laureati disoccupati è plausibile.
 
Se è vero che la teoria morale di stampo kantiano, rischia di scoraggiare l’opera altamente morale e sociale persino degli educatori e dei legislatori, eventualmente, perché certo appello al dovere, presenta tante volte un’assolutezza che pure agli educatori appare inadeguata alle esigenze concrete di un mercato che non può non influire persino sui modi in cui si declina l’istruzione in un certo periodo storico e in una certa comunità (Sigh!) è anche vero però che per il particolare materiale umano maneggiato nelle scuole non si deve negare uno spazio in cui possa risultare valida anche un’etica, per così dire, assoluta e universale in senso kantiano. Bisogna valutare come declinarla senza sfociare nel “messianismo”. Non dimentichiamo che il capitale di rischio in questo caso è il capitale umano rappresentato da chi partecipa direttamente al rischio d’impresa cioè studenti e le loro famiglie, quest’ultime, attraverso il pagamento di tasse e imposte varie effettuano idealmente e concretamente un investimento nell’impresa dello sviluppo e del futuro dei propri figli e poi della comunità indirettamente. Ed è per questo che sarebbe bene che l’operatore specializzato nel finanziamento della scuola rimanesse l’Istituzione-Stato in quanto unico finanziatore che in linea di principio si preoccupa di monetizzare in benessere e qualità di vita della comunità o quantomeno deve controllare che ciò avvenga quando gli investitori nella scuola diventano le banche o altri soggetti privati. Ma questa è altra storia.
 
Allora, ci si può aspettare quest’opera di vigilanza e di contenimento da una scuola che “non è insegnante, ma soltanto pedante?” Si può fare “politica” in un luogo dove l’insegnamento non è granché critico e i docenti non dialogano con i discenti, ma si limitano ad interrogarli? È possibile formare donne e uomini e caratteri e cultura in una scuola in cui “lo studente è tenuto soltanto a dare risposte sui saperi che gli sono stati stampati nella testa?” Dove i soffitti degli istituti cadono addosso agli studenti e mancano le infrastrutture o sono fortemente deteriorate e gli insegnanti sono mal pagati o aggrediti da genitori incazzati perché il professore di turno si è permesso di infliggere un rimprovero al pargolo? Dove gli insegnanti sono frustrati dall’obbligo di dover raggiungere “La Buona Scuola” situata a migliaia di km di distanza dai propri affetti?
 
Una scuola dove famiglie dai genitori distratti e dai professori annoiati e delusi stanno celebrando da un pezzo il loro fallimento, forse. Nel bel mezzo della cultura atrofica di questa scuola, anche la famiglia fa veramente molta fatica ad appropriarsi di un ruolo significativo; e la sua funzione nella società è sempre più confusa e forse marginale, alla fin fine. Ma in una società che non riveste alcuna attrazione, e dove il senso di vuoto imperversa e l'identità è smarrita e il rispetto di sé si esaurisce nella depressione, perché stupirsi che anche la “famiglia” ha perso funzionalità e slancio? E allora, se sono proprio le istituzioni identificate dalla legge per di più a rivelarsi inefficaci e inadeguate ad affrontare un fenomeno complesso come il bullismo a che cosa possiamo appellarci alla fine quando in quell’articolata trama di esperienze e percezioni, di stimoli e risposte che fa di un giovane un adulto, qualcosa si inceppa, e il processo dello sviluppo si interrompe? Ci affideremo all’ennesima nuova, miracolosa fattispecie di reato? O vogliamo ritornare mestamente a ridiscutere del “crescere” come dell’ “arte più faticosa e impegnativa che esista?” Quell’arte che non si apprende né a scuola, né sui manuali, né dagli psicologi, né dalla stampa, sicuramente non dalla tv o da internet, né dalla famiglia? E chi dovrebbe appropriarsi allora di quest’arte? Colui o colei che la genetica o il destino o la fortuna o la natura o Dio hanno designato perché la intuiscano miracolosamente per proprio conto? Non confidiamo troppo nell’intuito, please!
 
 Allora, cento volte meglio invocare in aiuto - certe notti -. Quelle in cui – la radio che passa Neil Young sembra aver capito chi sei -. E in una di quelle notti di colpo impareremo finalmente l’arte di crescere e improvvisamente e drammaticamente, assisteremo a una di quelle trasformazioni personali che ci cambiano l’indole, per sempre. E tuttavia è proprio allora tra Legge e “un po’ di cagnara”, giusto “il tempo per una folgorazione di allarme impotente”, avvertiremo con sgomento che “non sappiamo crescere”. Sperando che proprio da questa “luttuosa” e repentina presa di coscienza possano realmente cominciare a dipanarsi le trame corrette del nostro sviluppo. Ma rimane pur sempre una ben magra consolazione, ammettiamolo. E nemmeno alle canzoni di “Ligabue” mi affiderei granché, con tutto il rispetto, s’intende.
 
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